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6 ottobre 2016

Fare la mamma è più facile nella Germania dello sboom

Nel 2015 le nascite hanno raggiunto il record dalla riunificazione. Le politiche del governo hanno dato una mano. Ma secondo i demografi non durerà

STEFANO CASERTANO

Dal numero di pagina99 in edicola il 1° ottobre 2016

I parchi giochi di Berlino sono contornati da nuvole di polvere smossa dalle corse di decine di bambini, mentre le vie del centro si riempiono delle grida dei genitori che cercano di contenere tanto entusiasmo. Per strada la vista di donne incinte è comunissima: sono donne giovani, con una frequenza che in Italia sembra non vedersi più. Sorge immediata la curiosità: la Germania sta attraversando un nuovo baby boom?

Forse hanno avuto effetto le nuove politiche intraprese dal governo di Angela Merkel, con le misure del ministro Ursula von der Leyen – attualmente alla Difesa, ma dal 2005 al 2009 responsabile del dicastero per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani. Von der Leyen è madre di sette bambini, mantenuti da un piccolo esercito di badanti possibile grazie anche a fortunate origini famigliari. Nel 2007 ha introdotto una riforma dei trasferimenti sociali alla famiglia che prevede assegni tra il 65 e il 100% dello stipendio medio netto dell’anno precedente alla nascita, fino a un massimo di 1.800 euro per dodici mesi – oltre ad agevolazioni per l’assicurazione medica (obbligatoria per tutti in Germania). Le rimesse complessive sono di circa cinque miliardi di euro l’anno, pari all’83% del budget del ministero della Famiglia.

Sono stati promossi piani per aumentare le disponibilità di posti negli asili nido: un milione in più, per un investimento statale di circa 10 mila euro a bambino. Fino al terzo anno di età del bimbo i genitori pagano una piccola retta basata sul reddito, e dal terzo anno in poi solo i pasti (circa 40 euro al mese). Si è scelto così di spostare l’onere finanziario dell’educazione dei figli dalla famiglia alla collettività.

«In Germania è in corso un baby boom, soprattutto nei grandi centri urbani. Per questo Berlino sembra così piena di bambini. Non è solo una questione di migranti» sostiene Marie Zeisler, direttrice di LittleYears.de, la maggior rivista tedesca di lifestyle per mamme e bebè. «Si tratta di una sorta di cambiamento culturale, per cui avere un bambino è quasi uno status symbol. Solo che le politiche famigliari fanno sì che non sia un lusso». Forse anche questo spiega il successo del portale, che totalizza 70 mila utenti unici al mese. In ottobre Zeisler parteciperà come “young leader” all’incontro annuale del consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti, proprio per parlare dell’esperienza tedesca in merito al ruolo della mamma nella società digitale.

«Gli asili costano così poco», prosegue Zeisler, «perché lo stato ritiene preferibile avere una mamma che lavora piuttosto di una che deve rimanere a casa a occuparsi della prole. A ciò si aggiunge ovviamente il ritorno dell’investimento per lo Stato quando il bimbo sarà cresciuto e inizierà a lavorare». Il piano statale sembra aver incontrato il favore della popolazione. I percettori dell’assegno possono essere sia donne che uomini (ma non contemporaneamente), e nel 2009 erano 784.047, mentre nel 2013 sono arrivati a essere 874.578.

Gli effetti sui numeri appaiono positivi. La Germania è uno dei paesi a più basso tasso di natalità del mondo, con 8,42 nascite ogni 1.000 persone nel 2014. In quell’anno, peggio del paese tedesco, tra le nazioni grandi hanno fatto solo il Giappone e la Corea del Sud. Eppure, il dato è in miglioramento costante – nel 2010 le nascite erano otto. Anche il numero medio di figli per donna è in crescita da tre anni: da 1,43 nel 2013 a 1,47 nel 2015.

Nel 2015 sono nati poi 738 mila bambini – il record dalla riunificazione, con un incremento di 23 mila rispetto all’anno precedente. Molte donne stanno mettendo ora al mondo un figlio, dopo aver rimandato per anni – l’età media delle mamme è di 29,5 anni per il primo figlio. Per confronto: in Italia i dati sulle nascite sono in calo da anni, tanto che nel 2015 la penisola è scesa anche al di sotto della Germania in quanto a tasso di nascite ogni 1.000 abitanti: solo otto ogni 1.000 persone, con un’età media della mamma alla prima nascita di 30,7 anni.

Il prof. Herwig Birg, demografo dell’università di Bielefeld, smonta però gli entusiasmi in merito alla situazione tedesca. Il boom delle nascite sarebbe qualcosa di temporaneo, dovuto al fatto che la generazione nata negli anni Ottanta e Novanta – nel corso di un precedente “mini-boom” – sta diventando genitore adesso. La stagnazione delle nascite verificatasi a partire dagli anni duemila genererà presto una “scarsità di genitori disponibili”, che comporterà necessariamente una riduzione nella popolazione. Il boom attuale sarebbe dunque un fenomeno temporaneo.

Ma perché in Germania nascono così pochi bambini? «La situazione è chiara: più un Paese è ricco, maggiore è il costo per una donna se si sottrae al lavoro, e la Germania è un esempio in questo senso». Birg definisce il fenomeno “viene definito “”paradosso demografico-economico”: per affrontarlo le misure finanziarie possono essere solo una soluzione di emergenza. Nel lungo periodo, «è necessario un cambiamento culturale radicale». Lo studioso propone soluzioni come “quote mamma” nelle aziende o vantaggi fiscali e lavorativi per le famiglie con prole. «Non si rischia di toccare le pari opportunità perché la vera ingiustizia è mettere una mamma allo stesso livello di una donna nubile. Queste misure invece metterebbero tutti sullo stesso piano», conclude Birg.

Il rischio della mancanza di correttivi è una riduzione della popolazione, che secondo Birg è comunque in arrivo. Secondo alcune proiezioni dell’istituto federale per la Statistica, già a partire dal 2020 si assisterà a un calo del totale dei cittadini, tanto che i tedeschi dagli attuali 82 milioni arriveranno a essere tra i 70 e i 75 milioni entro il 2060 – a seconda della quantità di immigrati.

D’avviso differente è Gerd Bosbach, professore di statistica ed economia empirica a Coblenza. In un’intervista al canale pubblico Ard ha sostenuto che le prognosi di lungo periodo su temi così complessi sono inattendibili: «Già Adenauer temeva un’estinzione dei tedeschi, ma i suoi timori sono stati smentiti. A livello economico, la mancanza di forza lavoro qualificata (grande tema di dibattito in Germania, ndr) non dipende dalla demografia, ma dal fatto che tra il 1990 e il 2005 lo Stato non si è dimostrato in grado di dare una formazione ai giovani – ce n’erano 700 mila “di troppo”, per cui non erano disponibili posti di formazione».

La verità tra le varie posizioni probabilmente sta nel mezzo. È vero che la flessibilità dell’economia contemporanea rende difficile creare una famiglia, ed è possibile che il calo delle nascite degli anni Novanta porterà a un nuovo calo. Ma se nei ricchi centri urbani si nasce di più – nonostante la ricchezza della popolazione – ciò significa che le dinamiche stanno cambiando. Perché sarà vero che in città fare bimbi è diventato uno status symbol, ma forse aiuta anche un anno di stipendio per stare a casa con la prole.

[Foto in evidenza di Contrasto]

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