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4 ottobre 2016

Stay hungry, stay curvy e accettati come (non) sei

La prima fu Robyn Lawley su Sports Illustrated. Oggi le top size sono le eroine di passerelle e copertine. Ma siamo sicuri che dietro il “grasso è bello” non si nasconda l’ennesima retorica ai danni delle donne?

FLAVIA PICCINNI

La prima fu Robyn Lawley su Sports Illustrated. Oggi le top size sono le eroine di passerelle e copertine. Ma siamo sicuri che dietro il “grasso è bello” non si nasconda l’ennesima retorica ai danni delle donne?
FLAVIA PICCINNI

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 1° ottobre 2016

È il novembre 2010. A 28 anni in un ospedale di Tokyo muore la modella francese Isabelle Caro, protagonista con i suoi 31 kg della contestata campagna di Oliviero Toscani divenuta simbolo della lotta all’anoressia. Poco più di sei mesi dopo arriva nelle edicole di tutto il mondo – anticipato dal migliore dei lanci stampa: il passaparola – il numero di Vogue Italia di giugno la cui copertina, firmata da Steven Meisel, ritrae tre giunoniche ragazze in bianco e nero, lingerie e aria sensuale, accompagnate dalla scritta rossa a caratteri cubitali: “Belle Vere”.

Il servizio – una lunga sequenza di seni nudi, trasparenze e sederi scoperti – trasforma tre misconosciute nelle modelle plus size del momento; loro sono Tara Lynn, Candice Huffine, Robyn Lawley e negli ultimi cinque anni, insieme a un’altra manciata di taglie 46/48, sono diventate l’emblema stesso della retorica curvy. Una retorica che è un perverso e complesso mosaico di estremi: da una parte la bellezza tonica e formosa professata dalle copertine (con un abbondante uso di Photoshop, prontamente denunciato dalle interessate), dall’altra il grasso strabordante e informe delle beate donne qualunque (che nella categorizzazione trovano una definizione sociale). In mezzo l’hashtag #curvy, bannato da Instagram l’anno scorso per diversi mesi perché troppo spesso utilizzato per contraddistinguere la nudità femminile (fatevi un giro adesso, vi ricrederete).

Curvy che nella magnanimità di un suono inglese abbraccia taglie 46 ma anche 52, che trova la sua dea in Kim Kardashian, e si consacra parte integrante della lingua italiana grazie allo Zanichelli 2017 (che lo include fra i suoi lemmi, a discapito di “petaloso”). Curvy come Paola Torrente, che arriva seconda a Miss Italia e diventa oggetto delle critiche della mamma di un’altra concorrente per la sua taglia e si ritrova al centro di ingiustificate esultanze femministe. Curvy: l’ultimo baluardo di quella dialettica del corpo – accettati come sei, le tue curve vanno benissimo, le tue non-curve sono perfette, sei bellissima anche senza trucco – che è soprattutto l’ennesima ghettizzazione della moda e suona come un “vi regalo un altro campionato, e allo stesso tempo vi includo per annullarvi”.

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Una discriminazione cosparsa di glamour, che non solo è tragicamente noiosa, ma anche terribilmente pericolosa perché sottovaluta i modelli della nostra cultura occidentale: i normopeso. In fondo, cosa saremmo state senza l’ossessione per il workout di Jane Fonda, i total look di Cher e i ricci di Carrie Bradshaw? Cosa saremmo diventate se non avessimo mai guardato (anche solo per rifiutarli) il fisico mozzafiato di Cindy Crawford, i capelli splendenti di Claudia Schiffer e il passo di Naomi Campbell?

Mettendo da parte le size 0 con i loro sovraccarichi psicopatologici, non illudiamoci che le curvy raccontino un mondo privo di patologie alimentari e psicologiche. Si tratta semplicemente dell’ennesimo esercizio di retorica pseudofemminista a danno delle donne di oggi: andate bene a patto che siate magre o sovrappeso. Andate bene a patto che sia possibile circoscrivervi una categoria.

In principio fu Robyn Lawley, lunghi capelli castani e fisico giunonico, che per prima comparve su Sports Illustrated e aprì il duplice dibattito: da una parte i canoni della bellezza nella moda e nello spettacolo (sideralmente distanti dal mondo reale), dall’altro la ribellione esplicita alla dittatura dello stile top model. Seguì Crystal Renn, un sogno dallo sguardo torvo che con il suo libro Hungry nel 2009 rivelò i problemi alimentari di cui soffriva: da anoressica indossava una taglia 0 (la nostra 38), adesso sfila in passerella per Chanel, Zac Posen e Jean Paul Gaultier con una 12 (la 46 italiana).

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Ha smesso di salire in passerella circa 20 anni fa Natalie Laughlin, la prima plus size model a comparire sul tabellone di Time Square, riciclatasi adesso come conferenziera professionista che gira l’America dicendo che è meraviglioso accettarsi per come si è. E qui sta il vero cuore della questione: è davvero bello dire “io sono così, e vado bene così”? Non annienta forse la spinta al miglioramento? Non cancella l’essenza stessa della bellezza, che è immaginarsi nel futuro differenti da come si è?

L’Italia non fa eccezione. Le case di moda promuovono, in nome di una crescente clientela taglia 46+, modelle plus size. A diffondere il verbo ci sono testimonial involontarie quali Geppi Cucciari e Vanessa Incontrada, ma ci provano anche agenzie come la BeautyFull Models, «specializzata nel rappresentare esclusivamente donne curvy, dalla tg. 42 in su», e blogger come la 31enne Giorgia di Morbida la vita o Elisa d’Ospina (balzata alle cronache per spiacevoli considerazioni su Tiziana Cantone).

Di sicuro c’è che le curvy spesso sono grandi affabulatrici. Tutti gli scatti di Denise Bidot, 29 anni, la prima taglia 46 a solcare le passerelle della Mercedes-Benz Fashion Week di New York, sono un inno alla lussuria e confermano l’antico assioma “grasso è bello”. Precious Lee, taglia 14 (Usa), di bianco bikini abbigliata sulle pagine di Sports Illustrated, è la protagonista della campagna di Lane Bryant (“Questo corpo è fatto per non essere coperto”). E dire che pubblicizza una marca di vestiti (per taglie forti). Whitney Thompson – viso anni Cinquanta, capelli biondo platino, aria civettuola, la prima curvy a vincere America’s Next Top Model – si è trasformata in ambasciatrice per la National Eating Disorders Association. La modella Iskra Lawrence su Instagram mette in mostra sedere e cosce che sono una distesa di cellulite al suono di: «Questo è il mio corpo. Amo che sia vero».

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E questo inganno – quello dell’essere veri per forza – trionfa anche nella moda low cost da quando, nel 2013, Jennie Runk, sguardo da lince e pancino da budino, si distese sulla sabbia nella campagna estiva di H&M. Il sottotesto è esplicitato dalla modella Ashley Graham, che si definisce body activist: «Finalmente abbiamo iniziato a guardare la bellezza al di là delle dimensioni. Ma anche al di là di razza ed età. Credo che sia molto importante che si continui a mantenere questo slancio». Del tutto politicamente corretto, e contemporaneo. Ma è una bugia costruita a danno del corpo delle donne.

Ancora una volta, sta qui la potenza dirompente della moda: cannibalizzare tutto ciò che compone il mercato, appropriandosi con gioiosa disinvoltura di quello che per decenni ha negato, nella sua moderna schiavitù al super potere delle masse. Dopo il fashion cheap, adesso è il momento delle curvy. Le prossime a sfilare, c’è da giurarlo, saranno donne qualsiasi, forse anche un po’ bruttine.

[Tutte le foto di Contrasto]

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