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2 ottobre 2016

Il futuro dell’industria del porno sono i freelance del cellulare

Trenta milioni di siti a luci rosse sul web. Ma solo i più noti fanno profitti. Grazie a un traffico, secondo solo ai big della rete, che frutta utili miliardari. Agli attori restano le briciole. Così, c’è chi si mette in proprio

NICO PITRELLI

Dal numero di pagina99 in edicola dal 1° ottobre 2016

Tutti i numeri del porno contemporaneo. È quanto offre ai suoi lettori The Pornography Industry: What Everyone Needs to Know (Oxford University Press, 2016), un libro con l’ambizione di spostare la discussione sulla rappresentazione esplicita di contenuti sessuali nell’era di Internet dal terreno della politica, della religione e della morale, a quello dei dati e della ricerca accademica. Compito non facile, perché è raro trovare altri fenomeni sociali così pervasivi, ma allo stesso tempo così carichi di pregiudizi e omertà.

Come riportato sul New Yorker la scorsa settimana, Shira Tarrant, autrice del volume e docente di studi su genere, sessualità e donne presso la California State University, ha cercato di mettere ordine in una disparata letteratura internazionale che attraversa gli aspetti più diversi del porno, dalla produzione al consumo, dalla storia alle questioni economiche, mediche e legali. Il risultato è uno dei pochi testi attualmente a disposizione sull’industria pornografica realizzato con un approccio neutrale e basato sui fatti.

Internet ha portato il porno ovunque, e questa da una parte è la prima evidenza che restituisce la lettura del volume. Dall’altra però ha segnato il declino economico per l’industria tradizionale a luci rosse. Nel 2014, il portale Pornhub ha totalizzato ad esempio da solo circa ottanta miliardi di visite alle sue pagine. XVideos, uno degli altri siti porno più famose insieme a YouPorn e RedTube, è tra i primi 50 più visitati al mondo.

Alcune “piattaforme del piacere” generano più traffico dei portali d’informazione della Cnn e sono secondi solo a giganti come Google, Facebook, Amazon e PayPal. In analogia a quanto accaduto per la musica, l’informazione e l’editoria, l’accesso gratuito al sesso online, insieme alla pirateria e alla competizione con l’hardcore 2.0 fai-da-te, hanno stravolto le regole della produzione professionale valevoli fino a solo pochi anni fa. Nonostante infatti sul web ci siano circa 30 milioni di siti a luci rosse, a fare davvero ricavi consistenti sono i pochi o pochissimi gruppi che gestiscono le piattaforme digitali più popolari e che guadagnano grazie a pubblicità, videochat, abbonamenti “premium”.

La transizione digitale, come in altri contesti culturali e commerciali, ha inoltre abilitato lo sviluppo di nuove tendenze. Secondo quanto afferma il regista e autore Tristan Taormino nel libro di Shira Tarrant, il “porno di nicchia”, come il sesso prodotto e indirizzato a persone trans, va ad esempio molto meglio che in passato. La rete ha anche aperto nuove strade di sostenibilità economica per il cosiddetto porno indipendente, diverso da quello mainstream perché tendenzialmente ispirato a maggiori principi etici e di equità finanziaria. Il sito MakeLoveNotPorn.tv, ad esempio, ha un modello di business basato sul crowdfunding che prevede il coinvolgimento di persone comuni (non pornostar) disposte a caricare filmati di se stessi o se stesse mentre fanno sesso.

Anche se regna molta incertezza sulle cifre, il giro di affari con la svolta online è comunque di proporzioni enormi. Una ricerca dell’Università del New Mexico negli Stati Uniti ha stimato che nel 2014 l’industria mondiale del porno valeva 97 miliardi dollari. Di questi soldi, la filiera di un tempo costituita da produttori, attori, attrici, registi e autori, sembra però beneficiare sempre di meno.

Se si escludono alcune grandi star come l’attrice Jenna Jameson, che riesce a guadagnare ancora milioni di dollari, anche grazie ai diritti sui suoi libri e altre iniziative imprenditoriali, i lavoratori “ordinari” del porno hanno ricavi sempre più ridotti. Secondo l’agente Mark Spiegler, la paga annuale delle attrici più remunerate era fino a qualche anno fa attorno ai 100 mila dollari. Oggi è di circa la metà e bisogna considerare che le performance sessuali vanno integrate con un’intensa attività pubblicitaria tramite i social e comparsate di vario tipo. Sempre più spesso si viene poi pagati a scena o a prestazione. I contratti a lungo termine sono rari.

Per far comprendere l’aria che tira, la nota pornostar Stoya ha scritto sulla rivista britannica New Statesman che il prezzo per una scena di “doppia penetrazione” nel 2000 era attorno ai 12 mila dollari, stando almeno alle dichiarazioni dei perfomer dell’epoca. Attualmente, per prestazioni di questo tipo, lei afferma di ricevere al massimo 1.400 dollari. A questi dati, non sempre trasparenti, si deve aggiungere il fatto che molti attori e attrici porno riescono a girare ormai relativamente poche scene all’anno e che la carriera media dura tra i quattro e i sei mesi.

Se stipendi e condizioni del lavoro sono peggiorate con la svolta digitale dell’industria pornografica, non si può dire lo stesso per il consumo, in costante crescita. Un intero capitolo di The Pornography Industry è dedicato a comprendere chi e come si guarda il porno nel mondo secondo le ricerche più aggiornate. L’autrice ha il merito di chiarire la natura delle metriche utilizzate dalle fonti che forniscono i dati sottolineandone i limiti metodologici, in primis il fatto che le informazioni sul consumo di contenuti hard è spesso difficile da tracciare.

Il tempo medio speso online per il porno sul pianeta è stato di otto ore pro capite nel 2013, secondo il resoconto della studiosa americana. Gli Stati Uniti sono primi al mondo, con un consumo annuale di dieci ore. Al secondo, a pari merito, Gran Bretagna e Francia, con circa nove ore spese nell’arco di un anno. Giappone, Spagna e Brasile sono tutte e tre intorno alle sette ore di visione in 365 giorni. In alcuni paesi, come Messico e Regno Unito il numero di accessi al porno da smartphone ha già superato quello da pc.

Riguardo alle parole chiave con cui si cerca l’eccitazione online, ai primi cinque posti della top ten globale nel 2015 c’erano: compilation, teen, Milf, hentai e anal. Questi termini sono più o meno gli stessi in tutto il mondo, ma non mancano specificità locali. Per esempio, nelle prime dieci preferenze dei canadesi c’è anche asian, in quelle dei cinesi e dei giapponesi kung fu porn, mentre fake taxi è popolare in Italia e Libia.

Anche l’esposizione e l’uso di contenuti pornografici da parte di bambini e adolescenti, oltre a indicatori demografici globali, è affrontato in The Pornography Industry. Tarrant a questo proposito smentisce i dati, circolanti soprattutto nel circuito mediatico statunitense, secondo cui l’età media di primo accesso al porno è intorno agli undici anni. Non ci sono lavori scientifici attendibili a supporto di questi numeri. Viceversa, gli studi di organizzazioni di ricerca non profit come la Internet Solutions for Kids o come il centro Crimes against Children, tra i più accreditati del settore, sostengono che la grande maggioranza di giovani che guardano immagini sessuali online, quasi il 90 per cento, ha dai 14 anni in su.

L’autrice contesta molte altre opinioni diffuse sul consumo di materiale hard. Secondo un luogo comune, ad esempio, gli uomini guarderebbero maggiormente il porno rispetto alle donne perché sessualmente più attratti dalle immagini e dai segnali visivi. Dati e ricerche di psicologia evoluzionistica non supportano però questo stereotipo. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Il libro di Tarrant non trascura nessuno degli aspetti cruciali per la comprensione del porno come fenomeno complesso, col merito di dimostrare quanto centrale sia diventata oggi la ricerca, sia medico-scientifica che sociale, in questo contesto.

La base di dati e ricerche analizzate permettono all’autrice di delineare possibili scenari per il futuro del porno. Oltre a un inesorabile aumento globale del consumo di video e immagini a contenuto sessuale esplicito, soprattutto su dispositivi mobili, secondo Tarrant ci aspetta nei prossimi anni un porno più indipendente, con più performer freelance pronti a promuovere il proprio show online. È probabile poi che la pornografia diventi più “equa e solidale” e che ci sia una maggiore attenzione alla produzione di contenuti più graditi alle donne.

L’autrice sostiene anche che il porno potrebbe entrare nei programmi delle scuole in diversi contesti d’insegnamento e auspica la fine delle guerre ideologiche sul tema. Forse però, conclude, rispetto a quest’ultimo desiderio sarà più facile risolvere i problemi tecnologici e fisiologici legati alla realizzazione di video hard nello spazio. In assenza di gravità.

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