Seguici anche su

1 ottobre 2016

Eroica, la corsa vintage contro il ciclismo moderno

Il 2 ottobre torna la cicloturistica più nota al mondo. Oltre 7 mila iscritti da 65 Paesi in sella per celebrare le radici delle due ruote. Fatte di sudore e avventura

MASSIMO BONGIORNO

Il 2 ottobre torna la cicloturistica più nota al mondo. Oltre 7 mila iscritti da 65 Paesi in sella per celebrare le radici delle due ruote. Fatte di sudore e avventura
MASSIMO BONGIORNO

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 24 settembre 2016

I primi partono già alle cinque del mattino, poche ore di sonno e una pastasciutta all’olio per colazione. Sbucano lentamente, uno alla volta, dall’imbuto della piazza di Gaiole. Che in questa prima domenica di ottobre sembra il set di un film in costume, stipata all’inverosimile di strani ciclisti in coda per la punzonatura di rito. Hanno addosso maglie di lana ruvida, indossate sopra uno strato di giornali per difendersi dal freddo. Sulla testa, accese, potenti lampade da minatori. Ora solitari, ora in piccoli gruppi, imboccano religiosamente la Chiantigiana. E tagliano silenziosi il buio fitto dell’asfalto tra i boschi a fondovalle, pedalando vecchie biciclette da corsa d’acciaio costruite almeno trenta anni fa – ma qualche temerario osa di più e si presenta a cavallo di “signore” che hanno superato le 100 primavere. Incontreranno l’alba solo una dozzina di chilometri dopo, scalati gli stretti tornanti di strada bianca che tra due filari di cipressi e qualche torcia tremolante portano in cima al castello di Brolio, goticheggiante residenza dei Ricasoli.

È da quassù, mentre la prima luce del giorno scopre ad ondate le colline che promettono fatica e bellezza, che gli strani ciclisti capiscono di essere solo all’inizio dell’Eroica, la manifestazione cicloturistica più nota al mondo che rievoca il vecchio ciclismo fatto di sacrificio, sudore e strade bianche. E in cui tutto deve rispondere allo spirito vintage della corsa, dalle biciclette all’abbigliamento agli accessori (il caschetto omologato è l’unica eccezione). Non una competizione, ma un viaggio che è, soprattutto, viaggio nel tempo. Raggiunta questa consapevolezza, i ciclisti si lasciano scivolare lungo la discesa per Pianella, poi risalire verso Siena, e attraversare la Val d’Orcia, e le crete e il deserto di Accona e Montalcino. Inghiottendo polvere e fango, per altri 70, 100, 200 chilometri. Fino a tornare alla piazza da dove erano partiti, chi dopo 8-10 ore, chi a notte fatta. D’altra parte, «poiché il sognatore trova la sua strada solo alla luce della luna, la sua punizione è vedere l’alba prima del resto del mondo», come diceva Oscar Wilde.

Quest’anno sono quasi 7.000 gli “Eroici” sognatori, e circa 600 le “Eroiche”. Hanno età variabili, tra i 13 e gli 83 anni. Vengono da 65 Paesi diversi, nessun continente escluso. Oltre a tutto l’Occidente (Europa, Usa, Australia) ci sono cambogiani e cinesi, salvadoregni e pakistani, cittadini delle Cayman e di Singapore, israeliani e filippini. Ognuno di loro è arrivato a Gaiole con la sua amata bici da corsa vintage – quasi sempre italiana – portata da una casa distante migliaia di chilometri. Sono studenti, pensionati, liberi professionisti, insegnanti, operai, impiegati. Tutti animati dalla stessa folle passione per questa “non-corsa” allergica alle classifiche di arrivo. Che in un inarrestabile crescendo rossiniano è giunta alla sua ventesima edizione, ed è ormai unanimemente considerata la Woodstock del ciclismo.

eroica_donna

«L’idea venne al Brocci (Giancarlo, ndr) che un giorno di luglio di venti anni fa convocò me e Agnolin (Luigi, l’ex arbitro, residente a Gaiole, ndr) al bar in piazza del paese per parlarne: una corsa per bici d’epoca sulle strade bianche del Chianti. Luigi si inventò il nome, io che ero stato ciclista sul serio pensai all’organizzazione tecnica. E tre mesi dopo realizzammo la prima edizione. Da quel 5 ottobre 1997 in cui c’erano 92 partenti, ad oggi, che al via saranno quasi 7 mila, non ci siamo più fermati», racconta Claudio Marinangeli, del gruppo dei fondatori.

«Nasceva come “appendice-regalo” della Gran fondo Gino Bartali, che esisteva già da due anni», rivela Brocci, medico, giornalista, scrittore e, per tutti, il fondatore, «ma l’Eroica è subito diventata una creatura autonoma. Capace di comunicare una cosa difficilissima da comunicare: la bellezza che c’è nella fatica. E le radici vere del ciclismo, che sono la ricerca dei propri limiti attraverso la riscoperta del gusto dell’avventura e dell’imprevisto. Attraverso il viaggio, la storia e la cultura». La formula, mimesi romantica del ciclismo delle origini (eroico, appunto) soprattutto nella straordinaria durezza delle sue fatiche, ha un successo immediato e sorprendente.

Ma è a metà anni Duemila che l’Eroica esplode davvero, con richieste di partecipazione che aumentano in modo esponenziale e costringono l’organizzazione a lavorare 10 mesi su 12 all’evento, introducendo sorteggi e numero chiuso. Nel frattempo arrivano sponsor importanti e anche una proposta a cui non si può dir di no. Così a ottobre 2014 i soci fondatori cedono il marchio ad un consorzio guidato dal primo produttore mondiale di selle per biciclette (la vicentina Selle Royal, possessore della londinese Brooks, 111 milioni di fatturato) e dal gruppo Italy Bike Hotels. Valore dell’operazione, due anni fa, un milione di euro. Oggi lo sfruttamento del marchio è stimato in almeno 10 milioni.

eroica_bici

 

La sola accoglienza, al netto di tutto l’indotto, muove più di 6 milioni di euro in meno di una settimana. Per l’edizione di quest’anno – probabilmente l’ultima gestita dalla vecchia guardia dei sette fondatori – si calcolano oltre 20 mila visitatori, al seguito dei 7000 ciclisti iscritti. Numeri enormemente superiori alle capacità ricettive di Gaiole, che è sold out già da marzo e disloca prenotazioni in hotel, case vacanze, campeggi e agriturismi distribuiti nel raggio di 30 chilometri dal paese.

Tra i partecipanti non manca mai (dal 1998 ha corso tutte edizioni) Luciano Berruti da Cosseria, Savona. Un minuto signore di 73 anni, dall’aria mite e un po’ trasognata, ritratto con coppola, occhialoni da saldatore e favoriti ottocenteschi pressoché in ogni foto dell’Eroica. Con la sua bicicletta di inizio secolo (una Peugeot monomarcia con un solo freno a tampone sulla ruota anteriore che ha corso il Tour de France nel 1909, chissà con chi) ha già scalato tutte le vette storiche della Grand Boucle: dal Tourmalet al Galibier, dal Ventoux all’Izoard. Berruti, che ha lavorato duramente tutta la vita e oggi vive serenamente di una piccola pensione, in gioventù era anche stato un ciclista promettente. Ma troppo anarchico e indocile alle tattiche di squadra: «Mi piacevano le salite, perché lì ero solo io e la mia bici, ma non sapevo stare a ruota, non riuscivo proprio a farmelo entrare in testa», racconta.

Oggi è quasi una metafora vivente dell’Eroica, di cui corre anche tutte le edizioni all’estero (dal Giappone al Sudafrica, dalla California al Cile). «Quando pedalo la mia vecchia Peugeot su quelle strade bianche» dice ancora, «cerco sempre la stessa cosa: la fatica che facevano i ciclisti di una volta, che erano povera gente come me. E riesco a trovare la semplicità a cui mi sento più vicino. È quello che mi piace. Quello che mi dà la forza di andare avanti anche quando non ce la faccio più». D’altra parte, così recitava il regolamento della prima edizione: «Vogliamo solo chi sarà abbastanza matto da accettare i disagi proposti e abbastanza intelligente per capire che, per l’ultima domenica ciclistica dell’anno, si può anche sorridere della propria passione e delle sue crudeltà».

[Tutte le foto Paolo Martelli]

Altri articoli che potrebbero interessarti