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20 settembre 2016

Jack Ma, il miliardario cinese che sfida lo Stato comunista

È il re dell’e-commerce. Ha raccolto 25 miliardi di dollari per quotarsi a Wall Street. Investe in big data, giornali, finanza. E fa concorrenza a Pechino

CECILIA ATTANASIO GHEZZI

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 17 settembre 2016

Hangzhou. Un salary man senza volto. Pantaloni larghi, giacchetta, cappellino alla Mao e ventiquattr’ore. È questa la gigantesca statua di bronzo che accoglie impiegati e visitatori all’ingresso del campus di Alibaba, il colosso dell’ e-commerce che ha cambiato la Cina. Gli edifici bassi e moderni si diramano tra laghetti artificiali e boschi di bambù. Il colore dominante è l’arancione del logo. Niente di più lontano dai casermoni adibiti a fabbriche a cui ci aveva abituato la Cina del made in China.

Come ci spiega il capo ufficio stampa, Molly Morgan, che ci accoglie sorridente con uno splendido accento british, «la scultura riflette il duro lavoro a cui erano costrette le generazioni degli anni Cinquanta e Sessanta per campare. Uno sforzo che continua ancora oggi, anche se nessuno veste più a quella maniera. Ma quella statua è stata scelta personalmente dal fondatore Jack Ma anche per ricordare a tutti i lavoratori di continuare a perseguire i propri sogni, perché oggi è più semplice godere del proprio lavoro e della propria vita». Jack Ma ama raccontare che il successo della sua azienda è stato solo questione di fortuna: «Alibaba potrebbe anche essere conosciuta come i milleuno errori», «siamo sopravvissuti soltanto perché non avevamo soldi, non avevamo la tecnologia e non avevamo un piano». Sarà.

Oggi Taobao è sicuramente la piattaforma più conosciuta di Alibaba, un sito che dal 2003 è organizzato in tanti piccoli negozi online dove ognuno può vendere e comprare senza commissioni. E ormai è entrato nella lingua viva. Tao ha perduto il significato originario che era quello di setacciare in cerca dell’oro ed è diventato sinonimo di comprare online, un po’ come da noi googlare è entrato nel lessico delle generazioni più giovani. Tra i prodotti di maggiore successo della galassia Alibaba ci sono anche Tmall, che raccoglie invece i marchi più conosciuti «dalla A di Apple alla Z di Zara», e Alipay, il portafoglio virtuale utilizzato da oltre 300 milioni di persone che ormai fa concorrenza diretta agli istituti bancari.

«Prima i consumatori, poi gli impiegati. In ultimo gli azionisti» è il mantra che tutti quelli che lavorano in Alibaba non si stancano di ripetere. In Cina, a fine 2015, c’erano 688 milioni di utenti attivi e le transazioni online hanno superato i 525 miliardi di euro. Alibaba ha ormai numerosi concorrenti altrettanto forti e agguerriti sia nello shopping che nei pagamenti online. Ma ha il vantaggio di essere arrivato per primo e di avere una storia che potrebbe tranquillamente annoverarsi tra quelle che hanno trasformato Santa Clara nella Silicon Valley che tutti conosciamo.

Una storia che comincia nel 1980, quando un ragazzino di 16 anni sulle rive dell’iconico Lago occidentale di Hangzhou si avvicinò a un turista australiano e si offrì di fargli da guida con la scusa di praticare il suo inglese. Quelli erano anni in cui in Cina c’erano ancora le tessere annonarie. I turisti erano rari, in genere convinti comunisti che volevano toccare con mano il sogno socialista costruito da Mao Zedong. David Morley, questo il nome dell’australiano, si prese a cuore quel ragazzino chiacchierone. La conoscenza fortuita si trasformò in un’amicizia per corrispondenza. Ma Yun fu soprannominato Jack Ma e continuò a studiare inglese.

Quindici anni più tardi andò negli Stati Uniti dove rimase colpito da internet. Cercò informazioni sul suo Paese e si stupì della carenza di risultati. Volle colmare la lacuna creando quello che a suo dire era «un orribile sito»: China Yellow Pages. Non durò molto. Ma tornò in Cina con la pazza idea di mettere su un’azienda che vendesse prodotti online in un paese dove la penetrazione di internet era ancora ridicola. Morley gli comprò la casa che divenne il suo ufficio.

Duncan Clark, autore del recente Alibaba: The House that Jack Ma Built che ebbe la fortuna di conoscerlo allora, ricorda che si poteva «contare il numero dei soci dal numero degli spazzolini da denti che riempivano le tazze sullo scaffale del salotto». Era il 1999, e gli spazzolini erano 18. «Ebay sarà pure uno squalo dell’oceano, ma noi siamo l’alligatore del fiume Azzurro», diceva Jack Ma per convincere gli investitori quando ancora nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sua azienda. «Se combattiamo nell’oceano perdiamo, ma se combattiamo nel fiume siamo destinati a vincere». E infatti così è stato.

L’alligatore del fiume Azzurro, come oramai è universalmente noto, è passato alla storia nel 2014 quando è riuscito a raccogliere un’offerta pubblica iniziale di 25 miliardi di dollari per quotarsi sulla borsa di New York. Un record anche per la finanza statunitense. «Alibaba – come ha spiegato agli esordi Ma, con un’altra di quelle sue frasi che sono diventate celebri, – non era un ladro. Era un gentiluomo che sapeva fare affari». È però evidente che lo spazio di crescita nell’e-commerce va esaurendosi. Jack Ma sta sperimentando e scherza: «La mia creatura ha appena 17 anni, è ancora teenager. Come faccio a sapere cosa diventerà da grande?».

Alibaba ormai investe nell’analisi dei big data, nell’intrattenimento, nella finanza e nei media. Tutti campi in cui compete direttamente con il governo. Il suo capitalismo di bambù è riuscito a farsi strada in un sistema di capitalismo a conduzione statale, ma la Repubblica popolare cinese comincia a mettergli i bastoni tra le ruote. L’alligatore non ha mai confermato né smentito la sua appartenenza al Partito, ama ripetere che «bisogna essere innamorati: mai sposare il governo, ma rispettarlo».

Intanto ha comprato il migliore quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, il South China Morning Post: «La Cina è importante, è la seconda economia mondiale. L’Occidente la racconta solo attraverso il filtro stato comunista. Noi vediamo le cose in maniera differente. E così le presenteremo ai lettori di tutto il mondo». Cosa significherà per il futuro dell’azienda e dell’informazione sulla Cina ancora non lo sappiamo. Ma è opportuno citare la frase conclusiva di Duncan Clark: «La maggior parte delle persone pensa che Alibaba sia una storia. Ma non è solo quello, è sopratutto una strategia».

[Foto in evidenza di Xinhua / Eyevine / Contrasto]

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