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18 settembre 2016

Manifesto contro le serie tv intelligenti

L’intrattenimento serioso è in crisi, con buona pace dei suoi paladini. A rimpiazzarlo ora c’è il frivolo che diverte. Sia resa alla televisione la sua sciocchezza…
FRANCESCO GUGLIERI

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 17 settembre 2016

Poche cose creano più imbarazzo di confessare in pubblico di non aver visto certe serie televisive. Ricordo quando davanti a degli amici, anni fa, mi scappò un «Non ho mai visto i Soprano e di Mad Men mi sono fermato alla prima stagione»: dal silenzio accusatorio che ne seguì intuii di aver detto qualcosa di sbagliato. Non è che non ne vedessi proprio, di serie, semplicemente non seguivo quelle lì, preferendone altre decisamente più sbarazzine, di genere. Diciamolo pure: da nerd. Col peso girardiano dello stigma sociale che di colpo mi era calato sulle spalle, quel giorno capii che c’era bisogno di un «Manifesto contro le serie intelligenti» che liberasse il popolo oppresso di quelli che si annoiano facilmente dal dito puntato dei paladini dell’intrattenimento ponderoso. Perché, insomma, Breaking Bad sì e le astronavi di Battlestar Galactica no? Perché dovevo infliggermi ore di Master of Sex, una storia del rapporto Kinsey straordinariamente priva di sesso, e negarmi Game of Thrones che non solo ha il sesso ma pure i draghi?

Quello che c’è da sapere sull’ambiguità delle relazioni umane, mi dicevo, o sui sentieri tortuosi del desiderio, o su quella sindrome di Stoccolma che sono certi rapporti di coppia, me lo insegnano già la vita e il suo zelante supplente, il romanzo. Dalle serie televisive voglio i draghi, per tutto il resto c’è L’uomo senza qualità.  Già Boileau nell’Art poetique scriveva che «in una storia frivola tutto si perdona facilmente; è già tanto che, andando di fretta, la finzione diverta; troppo rigore sarebbe fuori luogo». Però era il 1674 ed è improbabile che ce l’avesse con Tony Soprano. No, era il romanzo che Boileau stava tenendo fuori dal sistema dei generi istituzionali: va bene che i letterati si divertano con i romanzi, scriveva, ma che non ci perdano troppo tempo, né ci cerchino troppo rigore, in fondo non sono una cosa seria.

Da sempre “genere sotto accusa”, il romanzo inizia a conquistare legittimità solo a partire dalla fine del Settecento quando si impone quello che Auerbach chiamava «il moderno realismo serio». La letteratura abbandona definitivamente divinità, eroi, re ed entra nel catasto della vita quotidiana, diventa l’anagrafe degli anonimi: ogni vita adesso, da quella di un gruppo di sorelle da maritare a quella della fedifraga di provincia, è degna di essere raccontata seriamente. A questo punto non posso fare a meno di chiedermi se nel mio atteggiamento contro le serie intelligenti c’è lo stesso paternalismo di Boileau contro il mio amato romanzo. Può darsi, ma forse la questione è un po’ diversa: forse il problema è quello che intendiamo con “intelligente”.

June 19, 2013 - FILE - James Gandolfini, star of HBO's ''The Sopranos' has died of a heart attack in Rome. He was 51. Gandolfino was known for his role as Tony Soprano in the HBO series 'The Sopranos.' PICTURED: JAMES GANDOLFINI as New Jersey-based Italian-American mobster Tony Soprano Please note: Image supplied by Entertainment Pictures / eyevine. For more information about licence rights and permission to use this image contact eyevine. T: +44 (0)20 8709 8709 E: info@eyevine.com

Ascesa e declino della serie intelligente

Il loro momento auerbachiano, per così dire, le serie tv l’hanno vissuto tra la fine degli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, in quella che oggi viene definita la golden age della serialità televisiva, iniziata con Buffy l’ammazzavampiri (una serie, del 1997, che qui venne relegata al pomeriggio adolescenziale ma negli Usa ha avuto una ricezione molto diversa, più “alta”), Oz ma soprattutto I Soprano (la prima puntata è del 1999). La serie di David Chase è quella che più di tutte cambia le teste di chi produce televisione: è la dimostrazione che è possibile produrre serie drammatiche, altamente personali, definite da un’estetica raffinata e autoriale, per un mezzo, la televisione, considerato fin lì volgarmente commerciale. E dimostra anche che c’è una nicchia di spettatori da soddisfare con un prodotto di quel tipo. Arrivano così un’ondata di drama con trame complesse e un’unica storia che si dipana lentamente in più stagioni: The Shield, The Wire, Mad Men, Breaking Bad, fino ai più recenti House of Cards (2013), The Affair (2014), Halt and Catch Fire (2014) e Mr. Robot (2015).

A più di quindici anni di distanza, però, questo «realismo serio» televisivo mostra tutta la stanchezza della sua natura formulaica; invece di allargare il campo del narrabile a tutto, ci si è concentrati su un preciso tipo di storia: quella di un uomo, spesso padre, di mezza età, che conduce una doppia vita e deve gestire una crisi quando le due metà della sua esistenza rischiano di collassare. Buon padre di famiglia e boss mafioso, buon padre di famiglia e produttore di metanfentamine, non molto buon padre di famiglia ma ottimo pubblicitario e impostore: un’identità di facciata che, puntata da sessanta minuti dopo puntata da sessanta minuti, si sfalda e lascia emergere l’immancabile “lato oscuro”.

La santa trinità delle serie intelligenti, I Soprano, Breaking Bad e Mad Man, ha impostato il tenore di tutte le successive variazioni sul tema, lo racconta bene Brett Martin nel libro Difficult Men: Behind the Scenes of a Creative Revolution (Penguin). Ma se quelle erano effettivamente delle opere di rottura, gli epigoni sanciscono un’altra cosa. E cioè che la presunta intelligenza è un insieme limitato di marche stilistiche che, se applicate su un prodotto come un’etichetta, lo rendono più desiderabile e quindi vendibile: nessuno vuole spendere soldi per una cosa “stupida”, soprattutto se gli altri possono vedere che la stai comprando. E con i social stai sicuro che lo vedranno.

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Netflix e le altre, nascita di un nuovo modello

Ecco, internet. Quella delle serie intelligenti è una crisi tanto creativa (formula logora, generale stanchezza, déjà vu), quanto produttiva. Nell’articolo The Business of Too Much Tv, uscito qualche mese fa su Vulture, il sito dedicato a cultura e spettacoli del New York Magazine, Joe Adalian e Maria Elena Fernandez scrivono che: «Era dai primi anni Ottanta – quando le tv via cavo divennero dei seri contendenti dei tre grandi network Abc, Cbs e Nbc – che l’industria televisiva non viveva una simile crescita: dal 2009 al 2015 il numero delle serie prodotte è più che raddoppiato, passando da 200 alle 409 stimate dell’anno scorso». La sola Netflix ha comunicato di produrre 600 ore di prodotti originali e di investire più di 5 miliardi di dollari tra produzione e acquisizione.

Mai come adesso c’era stata un’inflazione di serie televisive e questo proprio grazie a internet: o, meglio, all’entrata in gioco di attori – come appunto Netflix, Amazon o Hulu – che non sono né broadcaster né televisioni via cavo, ma piattaforme digitali che iniziano a produrre direttamente i contenuti che venderanno attraverso gli abbonamenti ai loro utenti. L’ascesa del video on demand – la fine del palinsesto, la possibilità di accedere in ogni momento all’archivio completo di tutte le stagioni – ha delle conseguenze economiche molto grosse. A cominciare dal crollo del valore delle repliche e quindi di tutti i contratti di syndication dei grandi network nazionali con i canali locali.

L’affollarsi dell’offerta per conquistare la sempre più evanescente attenzione del pubblico, inoltre, conduce a una sorta di gentrificazione della televisione: caduta la distinzione simbolica tra cinema e televisione, per una star hollywoodiana non è più umiliante firmare per una serie, soprattutto se questa è antologica (come True Detective: e del resto Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono stati i primi a sancire questa tendenza) o una miniserie (tipo Daniel Craig che reciterà nelle otto puntate tratte da Purity di Franzen).

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Benvenuti nella Peak TV

Tutti questi fattori, varietà dell’offerta, svalutazione della syndication, attori hollywoodiani dal grosso cachet, fanno sì che in realtà i guadagni di chi scrive e recita nelle nuove serie sia considerevolmente più basso di quello durante la golden age di qualche anno fa: «Se Aaron Sorkin si sarà fatto tra i 50 e 60 milioni di dollari con The West Wing, Sam Esmail, quello di Mr. Robot, finirà per guadagnarne 10», dice un insider citato nel pezzo su Vulture. Questa varietà sancisce il tramonto delle «serie intelligenti», quantomeno nella loro forma canonica ormai ossificata, e l’emergere di forme nuove, più flessibili, interessanti, adeguate al contemporaneo. A cominciare dal formato: puntate e stagioni più brevi, si fanno largo generi ibridi come il dramedy (crasi di drama e comedy), l’animazione esce definitivamente dal recinto del genere minore (quando non per minori).

È la fine dell’epoca dei “difficult men” e delle serie intelligenti che interpretavano: questi sono gli anni della Peak Tv, della televisione che ha raggiunto il suo picco produttivo con un’offerta sconfinata, assolutamente indigeribile da un singolo spettatore: che del resto non deve più vedere tutto, ma può cercarsi la sua nicchia, il suo genere preferito. Le cose più belle che si possono vedere oggi in televisione (o meglio: su un qualche tipo di schermo) non hanno più a che fare con quel tipo di narrazione, se non in piccola parte. Il nuovo Don Draper è un cavallo antropomorfo depresso e sarcastico come in Bojack Horseman (che non a caso prende in giro proprio quel tipo di storie con uomini di mezza età in crisi); mentre cos’è esattamente Master of None? Una commedia? Sì, si sorride ogni tanto, ma affronta anche temi più complessi, ed è una sottilissima messa in forma dei rapporti sentimentali in una società complessa dal punto di vista etnico: è, insieme a You’re the Worst e ad altre, quelle che adesso si chiamano Comedy in Theory, episodi di mezz’ora, legati o meno, che della commedia hanno solo la patina.

Eva Green recita (magnificamente) in un pastiche neogotico come Penny Dreadful in cui l’uomo lupo e Viktor Frankenstein combattono contro Dracula, mentre il successo globale e mainstream di Game of Thrones ha definitivamente sdoganato anche uno dei generi più negletti come il fantasy. Ma le vie dell’intellighenzia sono infinite e, tranquilli, nessuno rischia di morire caciarone. Le serie intelligenti non sono morte, stanno solo cambiando pelle: per l’autunno ne è annunciata tutta una nuova ondata, i cui campioni saranno addirittura Woody Allen (prodotta da Amazon) e soprattutto lo Young Pope di Sorrentino (Sky/Hbo) con i suoi lunghi carrelli di conclavi, notturni romani, e contrasti tra cardinali cadenti e un Papa sexy e cattivo.

Per fortuna nessuno più dice che le serie sono i nuovi romanzi, un dibattito che fa subito 2013: peccato che quando i nuovi romanzi provino a essere le vecchie serie tv nessuno li legga comunque. Forse perché, ho questo dubbio, investire di tanta intelligenza la serialità televisiva serve per alleggerirsi la coscienza e continuare a evitare esperienze davvero più impegnative ma meno spendibili. Oggigiorno chi finge di aver letto Musil (anzi, conviene negarlo con una battuta, magari dicendo «Il muesli non lo digerisco»)? Ma qualcuno avrà ancora il coraggio di ammettere di non aver visto la serie di Sorrentino anche se non si è andati oltre i titoli?  Ogni rivoluzione ha, al cuore, una restaurazione: restituiamo alla televisione la sua sciocchezza. Contro lo stigma sociale e social, aderiamo al «Manifesto contro le serie intelligenti».

 

[Foto in evidenza di Autumn De Wilde/FX]

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