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15 settembre 2016

Altro che fashion, la vera Marsiglia è quella dei vecchi bar

Oggi è una città gentrificata, meta di hipster da tutto il continente. Ma per capirla davvero bisogna visitarne i caffè. Luoghi mitici che custodiscono storie inventate, esagerate. Di pugili e calciatori. Di puttane e poliziotti
VALENTINA PIGMEI

 

Dal numero di pagina99 in edicola il 9 settembre 2016

Nel 1995 Jean-Claude Izzo pubblicò il suo primo polar, Casino totale. In quel romanzo è presente la citatissima «Marsiglia non è una città per turisti», frase in qualche modo premonitrice e programmatica, nonché decisamente attraente per molti “non-turisti”. Oggi, dopo la sbrigativa ripulitura del 2013, quando la città francese fu Capitale Europea della Cultura, Marsiglia, a sentire i suoi abitanti, è cambiata: avvolta da una vaga patina di città alla moda, è diventata meta di parigini boho-chic e di hipster di tutto il continente e, almeno in certe zone, pullula di caffè, sale da tè, ristorantini, negozietti vintage, come  ogni luogo gentrificato che si rispetti.

Tuttavia, a poco è servito rifare il Vecchio Porto con l’ultra-fotografato specchio di Norman Foster, arredarlo con la Gran Roue (la ruota panoramica) e dare alla città il museo che non ha mai avuto, lo spettacolare Mucem (Musée des civilisations de l’Europe et de la Méditerranée) di Rudy Ricciotti: a Marsiglia si continua a non trovare un taxi camminando per strada (i mezzi pubblici in compenso, dopo il 2013, funzionano egregiamente), le vie seguitano a essere strette e sporche, dappertutto persiste ancora il profumo di aglio e basilico, le Calanques sono sempre lì, più belle che mai.

Forse al Vecchio Porto non ci saranno più i marinai di Izzo, ma per la verità non ci sono mai stati. Quello dove Izzo andava a fare le sue indagini, prima da giornalista e poi da scrittore, è il porto industriale. Lì il grande romanziere marsigliese scomparso nel 2000 prendeva ispirazione per raccontare i suoi marinai perduti, che andavano a ubriacarsi di pastis nel bistrò di Mariette o al Bamboo Bar, posti che forse non esistono più o non sono mai esistiti.

Per gli appassionati, sul sito ufficiale dell’autore di Il sole dei morenti si trova una sezione dedicata ai luoghi prediletti da Fabio Montale, dal Passage de Treize Coins al Panier, dal Bar des Maraichers alla Plaine. Secondo Stefania Nardini, biografa di Izzo, sembra che lo scrittore frequentasse principalmente il Bar Péano, proprio davanti all’ingresso del giornale per cui lavorava, a due passi da Place aux Huiles, dove i lampioni hanno forma di gabbiani. Eppure, per capire Marsiglia bisogna proprio andare in giro per bar. Perché i bar qui sono posti camaleontici: cambiano clientela, atmosfera, perfino luce nel corso di una giornata (sempre secondo Izzo, «Marsiglia trova una spiegazione solo nella sua luce»). Sono luoghi mitici, ogni bar è una storia: storie inventate, esagerate, di pugili e di calciatori, di puttane e poliziotti; storie di bar.

Marseille, May 2013 - European Capital of Culture 2013 - Vieux Port - Bar de la Marine, ancient coffee bar in Quai Rive Neuve >< Marsiglia, maggio 2013 - Capitale Europea della Cultura 2013 - Vieux Port - Bar de la Marine, antico bar in Quai Rive Neuve

«Qui si dice che se uno pesca una sardina poi afferma di aver preso uno squalo. Marsiglia è una città di mitomani e di bugiardi; a questa gente piace molto raccontare storie». A parlare è Francesco, quarantenne italiano e marsigliese d’adozione che lavora al Cup of Tea (1, Rue Caisserie), il caffè letterario più bello del Panier, l’ex quartiere malfamato dove oggi un affitto costa quasi quanto a Parigi: il locale, gestito da un grande appassionato di musica metal e jazz, è gemellato con i Rencontres de la Photographie di Arles e offre un ottimo assortimento di libri (specialmente della casa editrice Actes Sud), vinili e cd di musica vintage o appena uscita.

Dal Panier ci spostiamo verso l’ansa di Malmousque, un angolo di pace e di azzurro, un piccolo promontorio che sporge dalla Corniche a picco sul Mediterraneo, ritrovo perfetto per nuotatori e tuffatori di città. Ogni giorno alle 17 apre il Sunlight Social Club (1, Traverse de la Batterie de Malmousque), reso riconoscibile da una saracinesca sgangherata con sopra una scritta gialla: «Fermé pour cause de regate». Frequentato storicamente da legionari e marinai (del resto Fabio Montale altro non era che un ex legionario), il Sunlight sembra, e magari era, un vecchio garage o un deposito di barche, insomma un autentico sailor bar.

All’interno, tra chili di polvere, ci sono memorabilia di ogni genere: innumerevoli mappamondi, bandiere e stendardi, vecchie insegne di navi («Enjoy your stay in the cabin»), gabbie per uccelli, carte geografiche, rose dei venti. Il padrone è Antoine, che di giorno fa il fotografo di barche ed è lui stesso un marinaio, come s’intuisce dai modi non esattamente cordiali. Ma Antoine, da autentico marsigliese, ha tantissime storie da raccontare: da quelle dei legionari ceceni che vanno a riposarsi nella residenza estiva di Malmousque, a poche centinaia di metri dal locale, alle sue avventure per mare, fino ai suoi amori con Kate Moss.

Tornando verso il centro, in una delle zone più piacevoli e festose della città, c’è L’Unic (11, Cours Jean Ballard), altro locale storico amato dal nostro Vinicio Capossela. Unico davvero perché, in barba alla legge che impone ai bar la chiusura alle 2, questo bar rimane aperto fino alle 4 (e a volte anche oltre). Gestito da Madame Dominique, che si dice sia una prostituta in pensione, e dal marito, un ex poliziotto, in questo luogo dagli arredi kitsch – lucine, lampadari di cristallo, biliardino – può succedere un po’ di tutto, anche qualche soffiata alla polizia.

Se ci si sposta verso Noialles, vicino al famoso Marché des Capucins, si entra in un un susseguirsi di odori forti: i buonissimi dolci arabi della Patisserie Orientale (28, Rue Pavillon), l’Aladin (il negozio di spezie più famoso della città), la mitica erboristeria Pere Blaize che sembra uscita da un’altra epoca (www.pereblaize.fr) e soprattutto l’ottimo cous cous di farro del ristorante marocchino Fémina (1, Rue du Musée).

Marseille, May 2013 - European Capital of Culture 2013 - Place Villeneuve Bargemon, is located near the Vieux Port >< Marsiglia, maggio 2013 - Capitale Europea della Cultura 2013 - Place Villeneuve Bargemon, situata accanto al vecchio porto

Proprio di fronte all’Empereur, il «negozio più bello del mondo», una gigantesca ferramenta-chincaglieria-coltelleria-saponeria dove è possibile acquistare letteralmente tutto (www.empereur.fr), c’è il Mon Bar (2 Rue D’Aubagne), un minuscolo bistrò nel cuore del quartiere più etnico della città frequentato principalmente da vecchietti. Qui è stato girato un documentario molto bello (andato in onda su Sky Arte, oggi su Vimeo) intitolato La beauté c’est ta tête per la regia del collettivo ZimmerFrei (2014): il documentario, che fa parte della serie Temporary Cities, ha eletto come propria base Mon Bar, «un porto di mare vissuto come rifugio, ribalta, seconda casa o primo soccorso», e segue le giornate degli habitué un po’ disperati che lo frequentano; «non è un caffè filosofico», come dice uno degli intervistati, «ma un posto dove c’è gente con cui parlare».

Poco distante dal Mon Bar e i suoi “attori” si trova Le God’Jo (Rue Des Trois-Mages), un altro locale che sembra uscito da un film di Vincent Gallo, dove se si è fortunati si viene serviti, altrimenti bisogna attendere che il gestore finisca di suonare la sua amata chitarra. Frequentato da giovani racailles, al God’Jo (termine gitano che significa “ragazzo”) si beve il fortissimo rum arrangée, un rum aromatizzato alle spezie conservato nei luridi bottiglioni dietro il bancone. Siamo sempre più vicini alla zona della movida notturna e della street art marsigliese, intorno a Cours Julien, popolata di giocolieri e writers, luogo ideale per lo shopping di gioielli e abiti fatti a mano.

Se volete davvero ascoltare storie formidabili andate al Bar de la Plaine (57, Place Jean Jaurès) e mettetevi a chiacchierare con Jackie, ex pugile e titolare di questo bar dall’insegna anonima. Non fatevi ingannare, la notte questo bar si trasforma in luogo vivissimo e pieno di sorprese: non sono rari i concerti improvvisati degli abituali frequentatori, da Manu Chao, che nei suoi anni marsigliesi veniva spesso qui a bere e suonare, alla world music band guineana Ba Cissoko, che qui suona spesso la kora (un’arpa-liuto dell’Africa Occidentale), fino all’italiano Claudio “Cavallo” Giagnotti che ha importato a Marsiglia la pizzica salentina.

Alcuni in città lo chiamano il “bar di Maradona” perché sembra che El pibe de oro, quando frequentava la città in attesa del contratto con l’Olympique Marsiglia, venisse proprio qui: leggenda vuole però che l’acquisto sia stato ostacolato dalla camorra e che il calciatore sia rimasto al Napoli. All’interno, in ogni caso, campeggiano le immagini del celebre calciatore e di Manu Chao, vicino a un murales con un gruppo di neri che ballano e a un tavolo da biliardo consunto. Ma non è finita qui: Jackie, il padrone, giura di aver calcato il ring a Kinsasha nel match che precedeva lo storico scontro tra Muhammad Alì e George Foreman nel 1974. Chissà se è vero, ma poco importa se sia uno squalo o sardina. Qui a Marsiglia sono le storie che contano. E la luce, naturalmente.

[Tutte le foto di Massimo Siragusa / Contrasto]

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