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30 agosto 2016

Quella fissa della bici senza freni

Niente cambio, cavi e fili: dopo il boom di inizio millennio le fixed si perfezionano. E diventano un business. Con buona pace dei cultori delle convertite. Articolo tratto da pagina99 in edicola
MASSIMO BONGIORNO

 

Niente cambio, niente freni, nessun filo e nessun cavo… tutta roba superflua per i più osservanti tra gli adepti del culto. E non occorre scomodare Pier Paolo Pasolini (o Vladimir Ilic Ulianov, alias Lenin) per cogliere la potente portata ideologica del messaggio: «i beni necessari rendono necessaria la vita, i beni superflui la rendono superflua», citando a memoria.

Certo, definire superflua la possibilità di frenare per evitare un ostacolo – che infatti spesso non viene evitato, con le immaginabili conseguenze – sembra per lo meno discutibile. Così come lascia perplessi l’orgogliosa rinuncia all’uso del cambio di velocità (brevetto del 1901, nella versione interna al mozzo). Per non dire dello sdegno verso la ruota libera, quella montata sul 99% delle biciclette in circolazione, dipinta dai “fissati” come una mollezza da sibarita.

Eppure il boom dello scatto fisso (o meglio delle fixed), partito in sordina a inizio millennio e letteralmente esploso nelle metropoli del Nord del mondo proprio mentre cominciava la più grande crisi della storia del capitalismo – e Lehman Brothers portava i libri in tribunale, eravamo a fine estate 2008 – non accenna a smettere. Al contrario: cresce, matura. «Il vero boom, quello sulla qualità, inizia adesso», spiega Diego Raco, ex titolare di uno studio di architettura con 5 dipendenti che nel 2014 ha completamente cambiato vita e adesso assembla biciclette cool nel centro di Milano. «Oggi», continua, «ci sono meno fisse in giro rispetto a 3-4 anni fa, ma sono migliori, più belle e le pedalano ciclisti più consapevoli».

E sarà sicuramente così. D’altra parte, solo sul mercato italiano si muovono ormai una dozzina di marchi specializzati, nati e cresciuti attorno alla nicchia delle fixed. Mentre alcuni grossi e blasonati brand (uno per tutti: Cinelli) hanno messo in catalogo una linea di fisse che viene ogni anno rinnovata e allargata. E poi basta farsi un giro su internet per trovare decine di siti che propongono menù di telai e componenti per assemblarsi una fissa virtuale su misura che, tempo una settimana, diventa un pacco reale e recapitato a domicilio. Basta pagare.

Certo, ha perso un po’ di terreno il movimento delle convertite, cioè le fixed costruite in completa economia a partire da bici normali (spogliate e riassemblate) soprattutto nelle ciclofficine popolari di Roma, Torino e Milano. Eppure è proprio a partire da questi luoghi (a cominciare, nel 2001, fu il centro sociale Bulk proprio sotto la Madonnina, seguito a stretto giro dal Macchia Rossa nella capitale) che la bici fixed riemerge da un secolo di emarginazione nel ghetto un po’ decadente delle corsa su pista.

Prima ancora che i Bike Messenger di Brooklin (i pony express a pedali nati a New York a fine anni Novanta) ne facessero una bandiera e un’icona cool internazionale. Ma sulle ciclofficine popolari, luoghi straordinari di elaborazione e realizzazione di pensiero utopistico di cui non è stata ancora misurata la profonda e duratura penetrazione nelle culture urbane (e che da qualche anno attraversano una fase di stanchezza forse inevitabile) bisognerebbe aprire un altro discorso – e non è questo il luogo.

Ciò che conta qui è che l’idea di contrapporre la bici più semplice a pura possibile, la fixed appunto, al traffico caotico delle metropoli occidentali emerge prima di tutto come una grande idea politica. «La bici a ruota fissa rappresenta la bandiera della decrescita economica», spiega Paolo Bellino, ciclista, attivista, fondatore di ciclofficine nonché giornalista che da 15 anni costruisce fixed a Roma – dove ha fondato la Chaingang Rotafixa Spa: Spa, sia chiaro, sta proprio per Società per azioni nel senso di, letteralmente, «persone che si uniscono per agire».

Riferendosi esplicitamente alle idee dell’economista rumeno-americano Nicholas Georgescu Roegen, fondatore della bioeconomia, Bellino accosta al modello della decostruzione dell’economia – attraverso l’eliminazione di consumi e produzioni superflue – quello della fixed intesa come decostruzione della bici attraverso l’eliminazione di ogni pezzo superfluo. Ed ecco che lo stesso modo, particolarissimo, in cui si pedala una fixed diventa, tout court, un modo di stare al mondo.

«Un movimento – citando Bellino – che è quasi una preghiera: fluido e continuo, innesca una respirazione tipica della meditazione. Una sorta di mantra che scaturisce naturale, e senza l’emissione di alcun suono. Galleggi sul terreno in uno stato mentale che è contemporaneamente di distacco dalla realtà e assoluto contatto con la realtà». Con buona pace degli hipster, barba lunga e curata, taglio mod, calzoncini corti – o skinny – firmati, ricoperti di tatuaggi, che affollano i locali di tendenza di Roma e Milano con le loro luccicanti fixed all’ultimo grido appoggiate al tavolino.

[Foto in evidenza di  Linda Nylind / Eyevine / Contrasto]

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