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10 agosto 2016

Workaholism, dimenticare i doveri alla lavoratori anonimi

Le terapie per dire basta all’impegno continuo puntano su autostima, lessico, qualità della vita. Un’anticipazione del focus sulla cosiddetta dipendenza da lavaro pubblicato su pagina99 in edicola e digitale
NICO PITRELLI

 

«L’unica richiesta per far parte di questa associazione è il desiderio di smettere di lavorare compulsivamente». Così recita la pagina web di presentazione della Workaholics Anonymous, gruppo di supporto attivo fin dal 1983, nato negli Stati Uniti ma ormai diffuso in tutto il mondo, per aiutare “gli ubriachi di lavoro” a liberarsi dal workaholism attraverso la condivisione di esperienze e il reciproco sostegno, anche via Internet. Centrale nella sua azione è l’impegno a far rispettare i ben noti dodici passi dei programmi di recupero dalle dipendenze.

I gruppi di mutuo auto aiuto come la Workaholics Anonymous rappresentano una delle possibilità per dire basta al lavoro ossessivo e compulsivo. Oltre al sostegno associativo, negli anni sono stati proposti diversi approcci per affrontare il workaholism. Secondo una revisione sistematica pubblicata nel 2005 sulla rivista scientifica Addiction, la terapia cognitivo-comportamentale (Tcc), termine ombrello con cui si indicano le psicoterapie oggi più diffuse per cercare di curare una vasta gamma di disturbi, si mostra come la più efficace anche nel caso della dipendenza da lavoro.

Nell’ambito della Tcc, la cosiddetta Rational Emotive Behavioral Therapy (Rebt), elaborata dallo psicologo clinico Albert Ellis negli anni cinquanta del secolo scorso, aiuta a smantellare e modificare il sistema di credenze scorrette su cui spesso si basa l’innesco alla dipendenza. Attraverso la terapia individuale si cerca di mettere in discussioni affermazioni spesso prive di fondamento come “devo finire questo lavoro da solo, perché nessuno lo sa fare bene” e di sostituire termini perentori come “devo”, “dovrò”, “dovrei”, con un lessico più sfumato. Fondamentale in tale approccio è anche la riappropriazione dell’autostima attraverso la valorizzazione delle proprie capacità, senza lasciarla derivare dal giudizio altrui.

Un altro trattamento raccomandato è il colloquio motivazionale, un metodo messo a punto dagli psicologi clinici William Miller e Sthepen Rollnick a partire dal 1980. Usato per affrontare diverse dipendenze, è definito come uno «stile collaborativo di conversazione volta a rafforzare la motivazione e l’impegno al cambiamento di una persona». Nel Colloquio motivazionale è cruciale enfatizzare e favorire l’aumento di espressioni che indicano la volontà dei soggetti di modificare i propri comportamenti, come ad esempio: “Dovrei fare qualcosa prima che la mia salute sia definitivamente compromessa”, oppure: “Vorrei passare più tempo coi miei figli”.

Un terzo metodo consigliato fa riferimento alla cosiddetta psicologia positiva, una prospettiva teorica e applicativa che si concentra sulla promozione della qualità della vita e del benessere invece che su carenze e deficit. Le tecniche elaborate secondo questo approccio si focalizzano, tra le altre cose, su pratiche di self care, come svolgere regolarmente attività fisica, seguire una dieta bilanciata, eseguire l’automedicazione, mantenere una buona igiene, sul quality time, vale a dire sulla ricerca di momenti della giornata dedicati a stare con se stessi senza distrazioni, su esercizi di rilassamento o meditazione per entrare in contatto con gli aspetti fondamentali dell’esistenza.

[Foto in evidenza di  Chris McGrath / Getty Images]

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