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7 luglio 2016

Christo e gli altri, nell’epoca dei like il giudizio estetico si fa tifoseria

La condivisione in rete impone il commento immediato, la presa di posizione, le fazioni. E finisce per divorare l’opera. Come è successo con Christo. Il commento tratto dal nuovo numero di pagina99 in edicola e digitale
RICCARDO FALCINELLI

 

I social network ci hanno messo nella condizione di essere, a uno stesso tempo, produttori e consumatori di informazioni; non a caso l’inedita pratica sociale a cui partecipiamo è la condivisione. A differenza del modello tradizionale di comunicazione in cui c’è una voce emittente e una platea distinta che la riceve – modello incarnato dai mass media classici come televisione, cinema, libri e giornali – qui siamo contemporaneamente narratori e pubblico. Questa situazione ha conseguenze imponenti sul modo con cui viviamo le esperienze “estetiche”.

Non solo le notizie ma l’uscita di un nuovo film o il lancio di un nuovo libro sono subito divulgate, commentate e fatte oggetto di disputa. Ma, come è noto, questa pratica comporta anche una particolare ferocia. Specialmente nel caso di alcune opere particolarmente attese o che diventano velocemente oggetto di consumo. Tre anni fa, all’uscita de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, questi è un regista apprezzato, autore di poche opere raffinate e innovative ma già di culto. Ci sono gli entusiasti, i perplessi, i dubbiosi. Stavolta però il giudizio del pubblico più appassionato provoca in rete una partecipazione che travolge il film.

Non appena il meccanismo si innesca però, i toni si alzano: gli entusiasti diventano fanatici; i perplessi diventano stroncanti; e senza neppure rendersene conto ci si ritrova divisi in fazioni. Sorrentino sì. Sorrentino no. Si grida al genio. Poi lo si liquida come trombone sopravvalutato. Inizia il sarcasmo. Compaiono le battute. Le prese in giro. Le parodie. L’intransigenza si spreca: «Se non vi è piaciuto Sorrentino evitate di commentare sulla mia bacheca». «Se vi piace Sorrentino mi rifiuto di parlare con voi». Non tutti partecipano ovviamente a questa faida, ma per almeno tre settimane la sorrentino-mania monopolizza la rete. In breve un fenomeno culturale diventa, tramite la condivisione, una forma di tifoseria. Ovviamente il dato è influenzato dal tipo di amicizie che abbiamo in rete. Ma a partecipare non sono solo i cinefili. Anche chi era solito andare al cinema come svago prende parte al dibattito.

Se questa sembra ormai la norma del commento on line, quello che è nuovo è la partecipazione di questa logica alla costruzione del giudizio estetico. Più di recente, come è noto, questa lotta ha coinvolto The Floating Piers, l’installazione di Christo sul lago di Iseo. Stavolta, però, il commento all’opera si è avvalso anche di immagini. Chiunque c’è stato ha infatti postato la propria foto come testimonianza dell’accaduto. E, dopo la curiosità o lo stupore dei primi giorni, da capo, c’è chi festeggia la propria presenza sul lago e chi si rifiuta di metterci piede. Chi ne elogia la poesia e chi stronca l’evento, fino ad questionare su chi ne siano i finanziatori. Posizioni incarnate da due commentatori di eccezione: il partecipe Gianni Morandi e l’annoiato Philippe Daverio. Il primo bonario, ingenuo, apertamente profano dei misteri dell’arte e per questo poeticamente ammirato. L’altro puntiglioso, informato e attento tanto da risultare volutamente snob.

Nella società di massa il modo migliore per promuovere un’idea o un comportamento è parlarne. Mentre però il modo di parlarne tradizionale, cioè la pubblicità e il giornalismo, incarnandosi in una voce unica stabilivano anche una distanza di autorevolezza, l’attuale partecipazione rende ogni punto di vista livellato e relativo. Anche per questo sale la temperatura. In generale chiunque ha un frequentazione autentica con i linguaggi espressivi sa bene che il giudizio è qualcosa che ha bisogno di un lasso di tempo e di concentrazione per essere formulato. Di fronte a opere complesse ci possono volere giorni, se non anni, per farsene un’opinione.

I social network, invece, amplificano inevitabilmente la reazione più immediata. Si dice perché deve dire. Perché in rete si esiste dicendo. E anche chi si era preso del tempo per pensare, di fronte al dire altrui si sente incalzato e finisce per partecipare. Questo comporta che veniamo letteralmente assaliti da una querelle che non ci dà il tempo di stare nelle cose. Ma tant’è. La società attuale è incentrata sulla velocità e bisogna farci i conti. La conseguenza di tutto questo è però una inevitabile saturazione.

Se ci vengono proposte infinite foto della passerella di Christo in tutte le salse ne usciamo sfiniti e non vogliamo saperne più. Non è vero che sentire più campane chiarisca le idee o che aiuti a farsene una propria. Se le campane sono troppe rimaniamo semplicemente rintronati. La condivisione ha divorato l’opera. E non sappiamo più che pensarne. Questo apre però su una questione squisitamente estetica. La passerella è infatti pensata per essere agita, cioè per passeggiarci sopra. La partecipazione ne è un pezzo costitutivo non un accessorio. E dunque anche la condivisione in rete ne dovrebbe essere un elemento fondante. Ovvero le migliaia di foto pubblicate on line non sono una semplice testimonianza ma un elemento esteticamente consustanziale: cioè non si limitano a commentare l’opera ma ne implementano i significati.

Eppure le cose non sono affatto così facili, a meno di non voler ammettere che il senso dell’opera fosse anche quello di produrre la sua stessa cannibalizzazione. Sono infatti in molti a non averne un’opinione perché stremati da quella degli altri. Di certo i social network non sono soltanto rumore né regresso. Ma se la tifoseria entra nell’arte si tratta allora di capire come abitarla al meglio. Forse dobbiamo tornare a prenderci del tempo. Magari capendo che la contemplazione – necessaria a tutti i linguaggi estetici – è un privilegio da conquistarsi. O magari accettando che non è necessario avere un’opinione per esperire l’arte. Forse – per eterogenesi dei fini – la contemporaneità artistica ci sta proponendo, proprio tramite i social network, una necessaria sospensione del giudizio.

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