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13 maggio 2016

L’armadio delle bambine e i nostri scheletri

Baby modelle, star di reality sempre più giovani e talent per minorenni. Per la prima volta dalla metà dell’Ottocento, oggi si stanno rimettendo in discussione i confini dell’infanzia. L’editoriale pubblicato sull’ultimo numero di pagina99 in edicola

 

Cinque anni fa, una copertina molto glamour di Vogue Francia, che ritraeva Thylane Blondeau – allora diecenne – in pose sexy e vestiti da donna fatale scatenò il finimondo: intervenne persino, si dice, l’investitore principe del magazine, Bernand Arnault di Lvhm, indignato per la scelta e pronto a ritirare le inserzioni se il presidente di Conde Nast Francia, Xavier Romatet, non fosse corso ai ripari. Cosa che puntualmente accadde, con l’allora direttrice, Carine Roitfeld, accompagnata poco gentilmente alla porta (lei ancora dice che non fu per quella campagna osé).

Qualche giorno fa, Catherine Lee, editore di Discovery Girls, magazine americano dedicato alle ragazzine dagli 8 agli 11 anni – bambine? adolescenti? – si è scusata pubblicamente per un servizio che invitava le suddette a imbottirsi i costumi da bagno di push up per sembrare perfettamente curvy. La lista potrebbe proseguire a lungo, tra magazine e case di moda: da Miu Miu ad American Apparel ad Abercrombie & Ficht, alzi la mano chi non ha venduto almeno una baby modella. I costumi cambiano, le bambine desiderano, le aziende incassano.

E non è certo solo il mondo della moda a fare adulto ciò che è ancora – ma lo è davvero? – bambino. I reality e i talent con preadolescenti bionici che cucinano, cantano, scrivono, suonano, pensano, fanno esperienze da adulti, si vendono come il pane. Ai bambini parlano le app più evolute, i social, i dietisti che hanno fiutato il business, libri, fumetti, serie tv, film, tutti prodotti pensati per loro ma perfettamente adatti a un pubblico più senior.

Per la prima volta dalla metà dell’Ottocento (prima non esistevano nemmeno) stiamo rimettendo in discussione i confini dell’infanzia. E i diritti della minore età. Si dirà: è il mercato, bellezza. Ma il mercato siamo noi. Noi “adulti”. Corrado Augias è stato crocifisso per aver detto che la mamma di Fortuna proiettava e costruiva su sua figlia l’immagine che avrebbe voluto, o che vedeva, di sé. Nell’abbigliamento, nei modi. Questo non giustifica l’orribile omicidio né ne rende responsabile in alcun modo la donna.

Ma Augias aveva ragione, lo facciamo tutti, tutti i giorni, in tutti i format, da casa alla tv. Trattiamo i nostri bambini, tutti i bambini, come fossero coetanei. L’adultizzazione dell’infanzia è l’altra faccia della generazione young adult, della scomparsa dell’età adulta, un fenomeno raccontato magistralmente da A. O. Scott sul New York Times Magazine due anni fa. Non vogliamo crescere, non ne abbiamo alcuna intenzione ne bisogno, consumiamo gli stessi prodotti culturali dei nostri figli e ci sentiamo loro pari. Sarà difficile restituirgli l’infanzia, se è la condizione a cui aspiriamo per noi.

[Foto in apertura di Susannah Ireland / Eyevine]

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