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26 aprile 2016

Chernobyl, come studiare l’eredità del disastro

Trent’anni dopo, l’area più prossima alla centrale è una zona unica per scoprire gli effetti degli isotopi. Articolo tratto dal reportage da Dubovy Log, villaggio bielorusso contaminato, pubblicato sul numero di pagina99 in edicola il 16 aprile 2016
ELEONORA DEGANO 

 

Dopo il disastro nucleare di Chernobyl, nell’aprile 1986, l’area contaminata si è trasformata in laboratorio a cielo aperto. Più di 350 mila persone hanno abbandonato le proprie case, molte per non farvi più ritorno, e sparita la “variabile umana” si è presentata l’occasione di studiare – prima ad anni poi a decenni di distanza – gli effetti delle radiazioni ionizzanti sull’ambiente.

Molti scienziati sono al lavoro in loco, anche nella Chernobyl Exclusion Zone (Cez), oltre 40 mila chilometri quadrati compresi in un raggio di 30 chilometri dall’ex centrale. Nel 2014 uno dei risultati più sorprendenti da uno studio su 16 specie di uccelli: i livelli di antiossidanti stavano aumentando e non diminuendo come accade dopo l’esposizione a radiazioni. In poche parole, si stavano adattando all’ambiente contaminato.

Ma spostando di poco lo sguardo, è evidente che ogni specie ha risposto a modo suo: in altre 30 specie di uccelli le radiazioni hanno causato un calo delle dimensioni dell’encefalo e ridotto la fertilità. Anche la vegetazione con il tempo si è ripresa e ha mostrato adattamenti affascinanti: le piante di soia si sono “attrezzate” per crescere nel suolo contaminato, modificando l’insieme delle proteine codificate dai loro geni (il proteoma).

L’ultimo rapporto dell’Onu, al ventennale dell’incidente, ha stimato a circa cinque milioni le persone che vivono in zone contaminate di Bielorussia, Russia e Ucraina. Se lo iodio radioattivo è ormai decaduto, il periodo di dimezzamento (il tempo necessario a ridurre a metà la quantità di un isotopo radioattivo) è invece superiore a 30 anni per stronzio e cesio, che vanno ancora tenuti sotto controllo.

Il rischio che la radioattività si diffonda risiede anche in detriti come foglie e resti vegetali: a causa delle radiazioni l’azione di decomposizione di funghi e batteri è più lenta anche del 40% rispetto al normale e il materiale organico accumulatosi potrebbe prendere fuoco, distribuendo i contaminanti lontano da Chernobyl tramite il fumo. La scorsa estate è successo: le fiamme hanno distrutto oltre un chilometro quadrato di foresta nella Cez, ma le autorità hanno riferito che i livelli di radiazioni non sono aumentati.

Nel frattempo, Cez e dintorni sono diventati una sorta di riserva naturale. Volpi, lupi, cervi rossi, caprioli, cinghiali e l’orso bruno, che non veniva avvistato in zona da oltre un secolo. «È molto probabile che la fauna selvatica sia diventata più numerosa dopo l’incidente», conferma Jim Smith dell’Università di Portsmouth, al lavoro su Chernobyl da un ventennio, «ma questo non significa che le radiazioni fanno bene agli animali.

Solo che gli effetti della presenza umana, comprese caccia, agricoltura e silvicoltura, sono molto peggio». Se le prime indagini indicavano un calo nella presenza di animali, dice Smith, i numeri oggi sono simili a quelli di una qualsiasi riserva nella regione. Fatta eccezione per i lupi: intorno a Chernobyl sarebbero sette volte più numerosi.

Per alcune classi animali, tuttavia, mancano dati storici che ci permettano di studiare con rigore le fluttuazioni numeriche. Anche per questo è meglio essere cauti nel pensare a un Eden post-apocalittico. Le fototrappole, i censimenti e il confronto tra aree contaminate e altre simili rimaste intatte permetteranno, nei prossimi anni, di farsi un’idea più chiara.

[Foto in apertura di Sean Gallup / Getty Images]

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