Seguici anche su

22 aprile 2016

La maison che vestì lo Stato ebraico

Ruth Dayan fondò Maskit per dare lavoro alla massa di migranti del ’48. E nacque la mantella del deserto. L’intervista tratta dall’ampia reportage sulla moda israeliana pubblicato nell’ultimo numero di pagina99 in edicola
FABIANA MAGRÌ

 

In principio era Maskit, la prima maison di moda di lusso israeliana, fondata da Ruth Dayan. «Non sono un’esperta di moda», si schermisce Ruth, 99 anni compiuti da poco, seduta nel salotto di casa sua a Tel Aviv. Sulla parete alle sue spalle un dipinto ritrae Moshe Dayan con l’occhio bendato. Nel suo appartamento al terzo piano di un modesto condominio, ripercorre la sua storia con la precisione di chi la racconta da una vita e con la soddisfazione di chi non smetterebbe mai di raccontarla di nuovo.

È il 1954 quando nasce ufficialmente Maskit, ma il vero inizio è nel 1948, con la grande immigrazione di rifugiati europei in seguito alla fine del mandato britannico in Palestina che crea un’emergenza occupazionale nel neonato Stato di Israele. Il governo chiede a Ruth – allora moglie del leggendario Generale Dayan – di contribuire a creare opportunità di lavoro per i nuovi arrivati. «Viaggiavamo di comunità in comunità per insegnare chi l’ebraico chi altre materie. Io avevo studiato agraria», ricorda, «e un giorno arrivai in un villaggio abitato da immigrati bulgari. Mi presentai con semi e piantine di pomodori ma fui derisa perché le case e le strade erano state invase dai topi. Cos’altro avrei potuto insegnare loro? Ero stata mandata per aiutarli e invece non sapevo che fare. Fu allora che notai in ogni stanza tende e lenzuola finemente ricamate a mano».

Maskit nacque con il preciso scopo di creare posti di lavoro per i migranti e allo stesso tempo tutelare sia l’artigianato etnico ebraico sia la cultura delle varie comunità che in quegli anni convivevano in Israele. Con l’arrivo dell’art director Fini Leitersdorf nel 1955 il brand fece un salto di qualità e si raggiunse un’ottima reputazione come casa di moda etnica ed etica, con un concept che mirava a definire per la prima volta la moda israeliana: un’ispirazione di stile europeo miscelato con dettagli mediorientali, un mix di ricami, colori, texture e forme che corrispondevano al volto di Israele. Tra gli anni ’60 e ’80 Maskit diede lavoro a oltre 2000 persone e aprì ben dieci negozi in Israele e uno a New York.

Nel 1960 Audrey Hepburn indossava il classico della collezione, la mantella del deserto dalla forma ovale. Nel 1994 il marchio fu privatizzato e iniziò il declino fino alla bancarotta. Nel 2010 la coppia Nir e Sharon Tal – lui manager Deloitte, lei responsabile dei ricami per Alexander McQueen – tornò da Londra e rilevò Maskit insieme all’investitore Stef Wertheimer, con l’obiettivo di riportare in vita il brand del lusso sostenibile locale. Oggi Ruth Dayan è presidente onorario dell’azienda e la nota mantella del deserto è ancora il pezzo cult di ogni nuova collezione.

L’esempio di Maskit è ancora attuale? Potrebbe essere un modello da replicare in Europa e in Italia? «Mi dispiace dirlo ma no, non vedo proprio come». Non ha dubbi Ruth Dayan: «La storia di Maskit insegna che gli aiuti non possono venire da fuori. All’inizio gli immigrati bulgari si opposero all’idea, dissero che non era cosa per loro. Poi diventarono i più produttivi: tre bluse al giorno invece di una come veniva richiesto. Ciascuno si aiuta da solo. Quello che manca oggi è un ideale. Penso alla Francia che dopo aver aperto i confini si trova invasa da gente che odia stare lì. Noi avevamo un obiettivo comune, costruire un Paese dal niente. Ci sono troppe differenze col passato. E oggi i soldi contano troppo, sono l’unico ideale. Questo dovrebbe cambiare».

[Foto in apertura di Micha Bar Am]

Altri articoli che potrebbero interessarti