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22 aprile 2016

Caso Regeni, basta retorica sull’Egitto: affari in cambio di riforme

L’ipocrisia ha avvolto il caso Regeni. Il gap abissale tra chiacchiere idealiste e realtà degli affari rivela tutta l’incapacità dell’Europa di costruire una politica estera comune fondata su obiettivi concreti. L’ditoriale tratto dal nuovo numero di pagina99 in edicola

La scorsa settimana, nel vertice con il presidente egiziano Al Sisi, François Hollande, sollecitato perché sostenesse l’Italia nella richiesta di verità sul caso Regeni, ha speso qualche parola sul mancato rispetto dei diritti umani in Egitto, salvo poi chiudere con il generale accordi di fornitura militare per più di un miliardo di euro. Pochi giorni dopo, il vice cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel (la Germania è il primo partner europeo dell’Egitto) salutava al Sisi definendolo «un presidente straordinario».

Criticato dalla stampa tedesca, è corso ai ripari l’indomani sottolineando la sua preoccupazione per «le notizie sulle crescenti violazioni dei diritti umani» nel Paese. Questo mentre il Parlamento europeo chiede a consiglio e commissione di condizionare il sostegno finanziario al Cairo al rispetto dei diritti umani. Sui rapporti tra gli Stati pesano più gli interessi commerciali che la difesa di principi nobili ma niente affatto universali. Nessuno se ne stupisce. Ma la retorica ipocrita che ha avvolto il caso Regeni – il gap abissale tra chiacchiere idealiste e realtà degli affari – rivela tutta l’incapacità dell’Europa di costruire una politica estera comune fondata su obiettivi concreti.

Nel 2013, Stati Uniti, Francia, Italia, con meno entusiasmo Gran Bretagna e Germania, appoggiarono il colpo di stato di al Sisi per mettere fine alla disastrosa esperienza del governo Morsi. La scelta apparentemente scabrosa era tuttavia condizionata al compimento di una vera transizione democratica nello Stato più importante e popoloso del mondo arabo. Tre anni dopo, in Egitto non esistono ancora una magistratura indipendente, forze di sicurezza e di intelligence sottoposte al controllo delle Camere, un ordinamento giudiziario che garantisca un processo penale giusto.

Non esiste uno stato di diritto. La questione ci riguarda ben oltre il sentimento di vicinanza e solidarietà alla famiglia Regeni e alle famiglie degli egiziani scomparsi o imprigionati: è parte fondamentale della nostra politica di sicurezza. Il fallimento del post Mubarak è li a ricordarcelo: una società impreparata alla democrazia difficilmente potrà sostituire un dittatore con un parlamento sovrano, diritti civili ed economici. Il Cairo non è Damasco e neppure Tripoli, dove la guerra e il caos post bellico rendono quasi impossibile un’interlocuzione politica. In Egitto c’è un generale che si fregia di voler promuovere una rivoluzione democratica dell’Islam, governando con una dittatura.

Il Parlamento può incriminare il presidente, ma è l’esercito a detenere, di fatto, il potere. Fare pressione su Al Sisi perché avvii un percorso rapido di riforma del sistema militare, che lo sottoponga al controllo della politica, e di quello giudiziario, per garantirne l’indipendenza, darebbe una prospettiva di futuro alla castrata democrazia egiziana. E all’Europa stessa, oggi solo bancomat per le esigenze del più forte. Altrimenti si lasci libero ogni Stato di concludere i suoi affari, che la Francia saprà farli sicuramente meglio di noi.

[Immagine in apertura di Gianluca Costantini]

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