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4 aprile 2016

Istat, i Big Data si sono fermati a Bagnacavallo

L’istituto si concentrerà su nuove fonti e archivi pubblici. Meno spazio alle indagini che ci hanno fatto conoscere il Paese. Ma lo Stato arranca, l’anagrafe nazionale è  ancora limitata a due cittadine. Articolo tratto dal numero di pagina99 in edicola il 12 marzo 2016
ROBERTA CARLINI

 

Per ora sono partiti Bagnacavallo e Cesena. Poco più di 100 mila abitanti messi insieme, sono i due Comuni-pilota nei quali già si sperimenta l’Anagrafe nazionale della popolazione residente. Istituita quattro anni fa, e ancora lontanissima della sua attuazione. Un esempio della difficoltà di mettere insieme e rendere pienamente utilizzabili, in tempo reale, i dati contenuti nei registri amministrativi: i Big Data più antichi, quelli di Stato. La Ue ci raccomanda di usarli sempre più, e costano relativamente poco: certo meno delle indagini, l’altro pilastro della raccolta di informazioni statistiche. Anche per questo sono al centro della rivoluzione appena avviata all’Istat. Che, all’insegna della modernizzazione, vuole spostare il core business della sua attività verso i dati amministrativi già disponibili, e “aprire” alle nuove sorgenti di Big Data.

Tra vecchi registri (ammodernati e rivisitati) e cornucopia dei dati che viaggiano sulle reti, che sarà della fonte da cui abbiamo appreso la gran parte di quel che sappiamo dell’Italia, emersa e sommersa, cioè le indagini? La svolta del presidente dell’Istat Giorgio Alleva ha sollevato grande agitazione nel piccolo mondo statistico, tra consensi e critiche, resistenze interne e preoccupazioni esterne, e proteste da parte di chi teme la fine, o il ridimensionamento, delle indagini sociali. Ma non è solo un affare da tecnici dei numeri e loro fruitori, nell’era in cui i dati sono il nuovo petrolio dell’economia.

Un corpaccione di 1.600 dipendenti, che riceve dallo Stato circa 190 milioni all’anno (cifra che può anche raddoppiare quando ci sono i censimenti), l’Istat maneggia materia caldissima, com’è evidente a ogni comunicato sul Pil o sulle forze di lavoro. Basti pensare solo alla euforia numerica da jobs act alimentata lo scorso anno dal governo, per fermare la quale (e dare una lettura statistica e non propagandistica delle cifre) è dovuto scendere in campo l’Istituto di statistica ai massimi livelli. Attualmente, l’industria dei dati Istat è articolata in tre grandi stabilimenti: le statistiche economiche, quelle demografiche e quelle sociali. Una divisione in silos verticali che, secondo l’attuale presidenza – di Giorgio Alleva, insediato a metà del 2014 – è poco efficiente. Così, il programma “di modernizzazione”, varato a fine gennaio dopo consultazione interna ed esterna, propone di accorpare le fabbriche, e operare una separazione orizzontale: di qua tutta la raccolta dati, di là tutta la produzione di statistiche.

In sintesi, la novità è stata riassunta dallo stesso Alleva in tre righe, la scorsa settimana, in una lezione all’università di Napoli: si tratta di passare «da un modello tradizionale, basato sull’acquisizione diretta dei dati, a un modello basato sull’utilizzo dei registri statistici, essenzialmente derivati dalle fonti amministrative e alimentati nel continuo da flusso telematici». Anche perché le survey, le indagini, hanno «costi elevati» e la gente risponde sempre meno. Nel 2014 le indagini hanno assorbito il 34,8% delle spese dirette, circa 50 milioni di euro.

Insomma, nell’Istat del futuro conterà meno il questionario a campione nel quale ci chiedono informazioni sulla nostra vita quotidiana a cadenza periodica, e più le tracce amministrative e quelle che lasceremo sul web, minuto per minuto. Una svolta che preoccupa molti, dentro e fuori l’Istat. La sociologa Chiara Saraceno, in un articolo su La Repubblica, ha suonato l’allarme: le indagini dell’Istat sono un patrimonio unico, ha scritto, e molte delle informazioni che ci danno, soprattutto sulle questioni sociali, non sono essere raccolte in altro modo.

Preoccupa soprattutto il destino dell’Indagine multiscopo, e delle rilevazioni che, dando informazioni anche sulle motivazioni personali, vanno a comporre gli indici del benessere economico e sociale. Ha risposto Alleva: non taglieremo le indagini, le faremo meglio, senza aumento dei costi per lo Stato. Per ora, sono confermate le survey previste per il triennio 2017-2019. E di certo non si potranno tagliare le rilevazioni che ci chiede la comunità internazionale, quelle europee (le forze di lavoro) e quelle sul benessere che servono per gli indici delle Nazioni Unite: ma tutto il resto?

«Non è una guerra di religione, ma una questione molto concreta di risorse». Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat (e poi ministro del lavoro, adesso guida il gruppo di lavoro per la Data Revolution dell’Onu), la vede così: «L’Italia ha una forza notevole sia sull’uso degli archivi che sulle indagini, in particolare quelle sociali. L’utilizzo più intensivo dei registri è stato avviato da tempo, e con successo: il problema è che deve essere aggiuntivo e non sostitutivo». E questo perché, dice Giovannini, gli stessi paesi nordici, additati a modello del nuovo corso, si sono trovati in difficoltà al momento di misurare indicatori di benessere più approfonditi, non avendo l’apparato e le conoscenze pronte per fare le indagini. «Tutto dipende da quante risorse il Paese vuole assegnare alla funzione statistica: con meno fondi, si tratterebbe di una scelta difensiva, non migliorativa».

Negli ultimi anni c’è stato un calo dei fondi trasferiti direttamente dallo Stato all’Istat per l’attività ordinaria: da circa 198 milioni del 2013 ai 190,5 del 2015. È vero che nei documenti ufficiali della “rivoluzione” Istat non si parla di ulteriori risparmi, ma si mette ben in chiaro che bisognerà produrre statistiche migliori, in tempi più rapidi, senza aumento di spesa: dunque, usare meglio le risorse. Per far questo, raccontano dirigenti dell’istituto coinvolti nel processo, le indagini possono essere aiutate dagli archivi, e così le stesse interviste che si fanno possono essere più brevi, più fluide, più efficaci.

Ma se ferve soprattutto il dibattito “indagini vs. registri” (un ampio spettro del quale si trova, per esempio, nel blog numerus.corriere.it, di Donato Speroni), tutti concordano sul fatto che la vera sfida è quella di farli funzionare, i benedetti registri pubblici. «Non sempre i nostri archivi hanno la qualità di quelli dei Paesi nordici», dice Giovannini con un eufemismo. E spiega: i numeri vanno trattati con metodo statistico, non basta raccoglierli. Nelle stesse slide mostrate dal presidente Alleva all’università di Napoli (così come nei documenti ufficiali sulla riforma) si elencano i problemi dei registri: accesso, disponibilità e qualità.

È vero che ormai da sei anni, con la legge di riordino dell’Istat, è stato dato all’istituto il potere di dare le regole alle pubbliche amministrazioni su come raccogliere i propri dati. Ma è anche vero che i ritardi, in materia digitale, sono ormai da barzelletta. Per fare l’anagrafe nazionale dei residenti, ossia riversare in un unico archivio le 8.100 anagrafi comunali, non sono bastati quattro anni: siamo alla sperimentazione avviata a Cesena e Bagnacavallo. Altre 25 amministrazioni arriveranno entro la fine di questo mese. In realtà dovevano partire già a gennaio, ma la scadenza è stata prorogata. Ciliegina sulla torta: dal gruppo di testa sono state escluse Roma e Milano, in ritardo sul ritardo.

[Foto in apertura di Getty Images]

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