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22 marzo 2016

La madre della République che sfida i reclutatori jihadisti

Mentre l’hashtag #StopIslam scala i trend di Twitter dopo gli attentati di Bruxelles, sono molti i musulmani che si ribellano attivamente al terrorismo. Come fa in Francia Latifa Ibn Ziaten. Suo figlio fu ucciso nel 2012 a Tolosa da un fondamentalista. E per lei  fu ammazzato di nuovo – racconta – quando scoprì che l’assassino per molti ragazzi era un eroe. Così iniziò a girare le periferie. Con un messaggio semplice. Articolo tratto dall’ultimo numero di pagina99, in edicola ancora fino a venerdì
LEONARDO MARTINELLI

 

PARIGI. Decise d’un tratto, dopo 40 lunghi giorni di un lutto struggente, di un dolore impossibile. «Volevo andare dove era morto Imad». Latifa Ibn Ziaten, 55 anni, madre coraggio, salì su un treno a Sotteville-lès-Rouen, anonima cittadina della Normandia, dove vive dal lontano 1977. E scese giù, fino a Tolosa: là, l’11 marzo 2012, era stato assassinato suo figlio, Imad, paracadutista dell’esercito francese, da quel Mohamed Merah, integralista islamico, che, dopo aver ucciso sette persone, compresi tre piccoli allievi di una scuola ebraica, sarà poi annientato in un assalto dalle teste di cuoio. Latifa voleva vedere.

Imad aveva messo in vendita la sua moto su Internet. Merah lo chiamò e gli dette appuntamento: voleva uccidere un militare, niente di più. Un giovane contro un giovane: si ritrovarono uno di fronte all’altro, entrambi francesi e di origini maghrebine. «Non ho mai provato odio per lui», racconta Latifa, «ma avrei voluto che fosse catturato e che spiegasse perché l’aveva fatto. Per capire». Nel delirio del suo lutto si era convinta che «Imad, prima di morire, aveva pensato a me, mi aveva scritto qualcosa per terra». Ovviamente, una volta arrivata sul posto, non trovò nulla. «Decisi poi di andare a vedere la casa di Merah, dove era cresciuto».

Il quartiere degli Izards, squallidi palazzoni di alloggi sociali, pieni di immigrati, periferia nord-est di Tolosa. «Mi imbattei in un gruppo di ragazzi. E chiesi loro dove abitasse Merah». Esitarono e poi uno di loro, con una freddezza che non dimenticherò mai, mi disse: « “Ma, signora, lei non la guarda la televisione? Mohamed è morto. Ed è un martire, un eroe dell’islam. Ha messo la Francia in ginocchio”. Ecco, a quel punto per me Imad morì una seconda volta», continua la donna. «A quei giovani rivelai chi ero davvero. E che Merah era un assassino e basta». Si vergognarono: “Scusi signora”, “siamo spiacenti signora”, “lei è coraggiosa signora”. Finché uno di loro cercò di giustificarsi: «Guardi dove abitiamo: come vede, non siamo stati fortunati. Siamo come ratti tenuti prigionieri. E che, quando escono, devastano tutto sulla loro strada».

In quel momento la signora Ziaten ebbe un’illuminazione: capì come avrebbe elaborato il suo lutto. Diede vita a Imad, l’Associazione per la gioventù e la pace. «Voglio riempire il vuoto che hanno i ragazzi di quei quartieri, prima che lo riempiano altri». Con l’aiuto di tante persone (anche Jamel Debbouze, comico di origini arabe, famosissimo tra i giovani francesi), gira come una trottola la Francia, visitando scuole, centri comunali e prigioni. Racconta come lei, arrivata a 17 anni dal Marocco, al seguito del marito, marocchino anche lui e assunto alle Ferrovie, abbia sempre vissuto «da musulmana praticante nel rispetto della Repubblica francese». Stasera si trova sulle colline di Sèvres, alle porte di Parigi: accompagna le vedove e le madri dei morti di attentati in Marocco, per qualche giorno di vacanza in Francia, organizzati dall’associazione. Infaticabile Latifa. Dignitosa, malinconica.

Quando arrivò in Normandia, non parlava la lingua. «Me la insegnarono i vicini, che erano francesi. Poi ho seguito dei corsi. Ho aspettato qualche anno prima di avere dei figli, perché volevo integrarmi a tutti i costi. Non è stato facile, soprattutto agli inizi. Ma ce l’ho fatta: tutti in casa ce l’abbiamo fatta». Ha lavorato sempre: come donna delle pulizie, a vendere frutta e verdura al mercato, in una mensa scolastica, poi all’accoglienza del museo delle Belle arti di Rouen. È rimasta musulmana e ha sempre trovato il modo di professare la sua religione e di fare le preghiere, anche lavorando. «Il foulard in testa non lo portavo, ho iniziato dopo che Imad è morto, per il mio lutto, per rispetto nei confronti di mio figlio. Ci sono dei francesi che mi criticano: dicono che non posso parlare di laicità e di spirito repubblicano, con il foulard in testa. Ma si sbagliano». «Il Marocco è mia madre», aggiunge, «la Francia mio padre. Mi ha adottata: mi ha permesso di fare qualcosa nella vita, anche ai miei cinque figli».

I suoi incontri con le scolaresche e i genitori si trasformano in sedute psicanalitiche, soprattutto dopo gli attentati del 2015. «In tanti si commuovono, scende qualche lacrima. Alla fine c’è chi si ritrova tra le mie braccia e chiede: me le fa due coccole?». In febbraio con la sua associazione ha inaugurato addirittura una Casa Imad per i giovani e i loro genitori, nella periferia nord di Parigi, a Garges-lès-Gonesse: rimane sempre aperta ai ragazzi e alle loro famiglie, perché condividano dubbi e paure e si possano confrontare, nell’obiettivo comune di evitare la “radicalizzazione” dei giovani, nuova malattia di Francia, quando quell’idea estrema, folle e violenta di un jihad contro l’Occidente fa irruzione nelle teste.

Latifa spiega tutto in un francese delicato, talvolta solenne, con qualche errore che sfugge via, ma che non perde mai una finezza estrema nell’analizzare i sentimenti. «Imad per me non era solo un figlio, ma un amico, un confidente». Si assomigliavano come due gocce d’acqua. Merah gli disse che doveva inginocchiarsi, prima di giustiziarlo. Ma lui si rifiutò. «Morì in piedi. Anch’io, quando pronuncio i miei discorsi, resto sempre in piedi». La sua assenza «ha lasciato un vuoto dentro di me, che nessuno può colmare». Latifa riflette, si commuove e poi aggiunge: «Ma Imad non è morto invano».

[Foto di Joel Saget / Afp / Getty Images]

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