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21 marzo 2016

Vincent Bolloré, il finanziere bretone che si fa i cavi nostri

L’ad Marco Patuano si è dimesso da Telecom. Troppo forti le divergenze con Vivendi, che ne possiede quasi il 25%. Regista dell’operazione, il numero uno della società francese (e non solo): Vincent Bolloré. Che avrebbe anche stretto un accordo per il controllo di Mediaset. E così scala la telco italiana, tesse alleanze con i Berlusconi, ha un piede nel Corriere. Va alla conquista delle nostre comunicazioni, dribblando il governo e sfidando Murdoch. Articolo tratto dal numero di pagina99 in edicola sabato 12 marzo
FRANCESCO PACIFICO

 

Tredici anni dopo Vincent Bolloré cerca la rivincita su Rupert Murdoch. Tredici anni fa i francesi di Vivendi furono cacciati dall’Italia proprio dal magnate australiano, che mise le mani su Tele+, la fuse con Stream e diede alla luce l’attuale monopolista dell’etere satellitare, Sky. E oggi come allora si discute sempre di come portare la tv sul cavo, di Silvio Berlusconi che sta a guardare sperando di incassare soldi facili, dello strapotere di chi possiede i contenuti (il calcio, le serie tv, i film…). Unica differenza: Telecom, allora alleata di News Corp, adesso dei transalpini.

Vincent Bolloré, finanziere bretone con patrimonio personale da 6,9 miliardi di dollari (fonte: Forbes) sta per diventare il vero padrone delle telecomunicazioni italiane. Attraverso Vivendi è salito a fine febbraio al 23,8% del capitale di Telecom Italia, sfiorando la soglia Opa. Ha un piede nel Corriere della Sera in quanto socio forte di Mediobanca (con l’8,6%), posizione non secondaria in una fase di riassetto del sistema editoriale italiano, inaugurata con la fusione tra Repubblica e Stampa e l’uscita degli Agnelli da Rcs.

Soprattutto, sta lavorando da almeno un paio di anni con i Berlusconi (il suo referente è Pier Silvio) per lanciare una pay tv europea. «Un progetto», nota Augusto Preta, economista e consulente dell’Agcom, «del quale si parla da tempo, ma bisognerà capire le intenzioni del Cavaliere. Certo dal punto di vista industriale regge, perché l’Italia è l’unico Paese dove non si è sviluppata la tv via cavo». E i mercati finora hanno dimostrato di apprezzare l’idea.

Si dice che questo disegno sia figlio del sogno gollista, immaginato sia da Chirac che da Sarkozy – l’ex premier francese bollò «le soglie anti-concentrazione come una delle cause dei mali della stampa» – di creare in Francia un campione nazionale dei media in grado di competere con i colossi americani. Bolloré ha aggiornato il piano, facendo tesoro dagli errori di Murdoch: i gruppi It si autofinanziano fino a quando hanno contenuti sufficienti prodotti in proprio; l’integrazione tra media e rete è lo sbocco naturale; con l’esplosione del prezzo dei diritti e delle piattaforme c’è spazio in Europa soltanto per una pay tv.

Tra il bretone e l’australiano uno è di troppo. Queste considerazioni non bastano agli analisti del settore media. I quali ricordano sempre come la grande crisi di Vivendi (quella che nel 2003 spinse i francesi a disfarsi del potentissimo Ceo Jean-Marie Messier e di partecipazioni pari a 7 miliardi di euro) fu superata concentrando il gruppo francese soltanto sulla produzione di contenuti. Mentre le varie controllate (Canal+, Universal, Havas) sono diventate giganti nei rispettivi comparti, si cedevano tutti i telefonici: Sfr, Maroc Telecom fino alla brasiliana Gtv a Telefonica, che in cambio ha dato a Vivendi il primo nucleo di azioni, l’8,4%, dalla quale è partita la scalata francese al controllo di Telecom.

Allora perché tornare nei telefonici? Perché per fare la pay tv europea – e non soccombere contro gli Over-The-Top (imprese prive di una propria infrastruttura, ndr) come Netflix – servono un produttore di contenuti (e con Canal+ i transalpini ce l’hanno in casa), un internet provider che ha la banda per far girare gli stessi contenuti, e un soggetto molto munifico per comprare i diritti tv.

Per anni gli analisti si sono divertiti a delineare una grande alleanza anti Murdoch. Vivendi doveva metterci film e programmi tv, Telefonica la rete e il principe Al Thani (con Al Jazeera e BeIN sports) tanti petrodollari per comprare le royalties dei mondiali e delle Olimpiadi. Peccato che la crisi del Sud America abbia spinto Cesar Alierta a frenare la sua aggressività commerciale. Mentre il crollo del greggio e gli esplosivi equilibri in Medio Oriente rendono il nobile saudita un partner poco presentabile in questa fase.

Ma tutto questo non ha fermato Bolloré. Il quale, facendo di necessità virtù, ha fatto dell’Italia (tra l’altro con meno di mezzo miliardo) il suo laboratorio per più ambiziosi progetti europei. Il tutto per la gioia di Telecom, bloccata per anni da azionisti impegnati soltanto a ridurre il debito monster, o Mediaset, che nonostante i miliardi spesi per la Champions e i serial americani è lontana dai numeri e dagli abbonati di Sky.

Nel governo sarebbero contrariati. Gli sherpa di Bolloré non avrebbero comunicato a Palazzo Chigi né il timing della loro scalata né la decisione di bloccare la conversione dei titoli risparmio in ordinari oppure le voci di fusione con Orange (dossier del quale avrebbero anche discusso Renzi e Hollande durante il bilaterale dell’8 marzo). Soprattutto Renzi vorrebbe capire se, quando i suoi trattano sulla banda larga con l’ad Marco Patuano, hanno di fronte un manager prossimo al licenziamento. L’esecutivo vuole chiarezza, ma non ha certamente intenzione di fare la guerra. Anche nell’ipotesi in cui la prossima preda possa essere Mediaset.

Con l’uscita, poi, di Franco Bassanini dalla Cdp i rapporti tra Palazzo Chigi e i francesi sono migliorati. Lo dimostra l’evoluzione del dossier Metroweb, cioè dell’azienda che dopo Milano e Bologna, deve cablare Napoli, Roma o Torino. Con il nuovo vertice della Cassa le parti avrebbero trovato un accordo per superare i dubbi dell’Agcom e dell’Antitrust. Il progetto dunque potrebbe andare avanti e a tifare perché Bollorè riesca nell’impresa sono anche i Berlusconi. Il Cavaliere da sempre sogna di mettere le mani su Telecom. Adesso, con la liquidità erosa dalla crisi pubblicitaria e le faide in famiglia sulla successione, non disdegnerebbe di diluirsi in una realtà più grande e guidata dai francesi.

Dopo i rumors sull’acquisto di Mediaset premium da parte di Vivendi, ora gli sherpa dei due fronti (con la mediazione dell’amico comune Tarak Ben Ammar) parlano di una piattaforma europea, dove il Biscione mette sul piatto il pubblico più teledipendente d’Europa e i francesi i film e i serial di Universal, oltre alla capacità di Canal+ di gestire una pay tv.

[Foto in apertura di Dmitry Kostyukov / The New York Times]

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