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8 marzo 2016

Marcello De Cecco, economista del mondo reale

Il grande intellettuale recentemente scomparso ha smentito molti luoghi comuni sulla “scienza triste”. Ancorandola alla realtà, è stato tra i pochi a prevedere le conseguenze della instabilità finanziaria globale
UGO PAGANO*

 

Marcello De Cecco ha avuto un’enorme influenza sul pensiero economico e sul dibattito di politica economica sia in Italia sia nelle numerose istituzioni all’estero di cui è stato parte. È stato un protagonista del pensiero economico italiano, al quale ha contribuito sia nella sua attività scientifica che da pubblicista dagli anni ’60 fino alla sua scomparsa, pochi giorni fa. Chi di noi ha avuto la fortuna di averlo come maestro e guida ha potuto godere della partecipazione a una comunità nella quale personali sentimenti di forte amicizia si coniugavano con una notevole diversità di visioni dell’economia.

Questa esperienza di solidarietà umana e di pluralismo scientifico è una delle sue più preziose eredità. Insieme alla tensione, che alimentava tanto i suoi corsi quanto i suoi scritti, fra i modelli teorici e le istituzioni del mondo reale, una tensione che per lui andava risolta con un loro reciproco arricchimento. Il modo creativo in cui De Cecco ha affrontato e risolto questa tensione ha fatto di lui un importante precursore del moderno approccio istituzionalista. La sua opera, straordinariamente attuale, costituisce uno strumento fondamentale per la comprensione delle istituzioni del capitalismo contemporaneo.

Si è detto, e in molti casi giustamente, che gli economisti hanno fatto ben poco per comprendere e prevedere l’attuale grande recessione. De Cecco costituisce una notevole eccezione. Le analisi, da lui fatte alla fine degli anni 90, rendevano evidente la crescente fragilità del sistema anglo-americano, i limiti della costruzione della Bce e la moltiplicativa debolezza della combinazione dei due sistemi (anglo-americano ed europeo-tedesco). Già in quegli anni scaturivano dalla sua analisi preoccupanti previsioni sul futuro del sistema finanziario internazionale.

Secondo De Cecco il sistema anglo-americano era caratterizzato da frequenti innovazioni finanziarie e da una complementare prodigalità delle banche centrali nel sostenere le banche più importanti (anche dai possibili disastri dovute alle loro stesse innovazioni finanziarie). Il sistema tedesco vedeva invece nell’indipendenza della Banca centrale una garanzia di disciplina finanziaria e si preparava a rafforzare queste caratteristiche diffondendole anche nel nascente sistema dell’euro.

De Cecco traeva da questo quadro due previsioni. La prima previsione era che le istituzioni americane, private dei vincoli imposti durante il New Deal, avrebbero continuato a reagire a ogni crisi salvando le banche più grandi i cui fallimenti avrebbero comportato una crisi sistemica. A poco servivano le successive politiche restrittive. Successive innovazioni finanziarie rendevano possibile eluderne gli effetti sia alle stesse banche sia a nuovi intermediari finanziari. Restringendo lo spazio sottoposto a regolamentazione e ampliando lo spazio di quello che la eludeva, il sistema aumentava così la sua fragilità dopo ogni crisi.

La seconda previsione era che, a dispetto delle sue crisi, il sistema anglo-americano avrebbe aumentato il suo peso proprio ai danni del sistema tedesco-europeo che soffriva del difetto opposto: quello di non salvare le sue banche anche quando magari esse erano non più liquide ma ancora solvibili. Le banche anglo-americane di maggiori dimensioni, forti dell’appoggio delle loro banche centrali, si sarebbero diffuse nel continente ai danni delle banche europee (soprattutto se queste ultime, pur non potendo contare sull’appoggio della loro banca centrale, ne avessero imitato le spericolate strategie).

Da questa analisi De Cecco traeva una conclusione che si è rivelata una profezia: il sistema finanziario internazionale andava dirigendosi verso crisi globali di crescente gravità. Le caratteristiche antitetiche dell’eurozona non avrebbero compensato la dinamica di crescente indebolimento del sistema anglo-americano dominante. Anzi quest’ultimo a dispetto delle proprie debolezze (o in qualche modo proprio grazie ad esse) avrebbe finito per colonizzarlo. La crisi del 2008 ha confermato la validità delle precoci intuizioni di De Cecco ma purtroppo molti dei problemi da lui posti non hanno trovato soluzione e continuano a rendere incerto e fragile il quadro dell’economia mondiale.

Anche rispetto ai problemi dell’economia italiana Marcello ha spesso espresso il suo dissenso, criticando con grande efficacia quello che l’ultima ideologia economica suggeriva. Rilevando le debolezze del capitalismo italiano ha criticato, ad esempio, la retorica del “piccolo è bello” e le modalità del processo di privatizzazione degli anni Novanta che ignoravano il ruolo avuto dallo “stato-imprenditore” nella costruzione dell’economia italiana.

Sia le tensioni scientifiche, sia il dissenso dalle ideologie dominanti sono state vissute da Marcello con forte passione ma, al tempo stesso, con un grande senso dello humour che calmava e affascinava anche coloro con cui era in evidente polemica. Il suo humour era parte della sua grande umanità e si esprimeva spesso in una divertente autoironia che lo faceva prima di tutto ridere di se stesso. Mentre tanti economisti hanno formulato e contemplato con infinita serietà costruzioni teoriche di scarsa rilevanza, De Cecco ha continuato a sorridere fino alla fine delle sue stesse preziose intuizioni che tanto ci hanno aiutato a comprendere le dinamiche dell’economia reale.

*università di Siena

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