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6 febbraio 2016

Che carte ha l’Italia per far luce sulla fine di Giulio Regeni

Le ragioni dell’economia sono la chiave per costringere Il Cairo a non insabbiare le indagini. Roma è il primo partner europeo dell’Egitto, da un punto di vista politico e soprattutto commerciale. E il futuro di al Sisi passa anche per le nostre commesse [Disegno di Gianluca Costantini]
AZZURRA MERINGOLO

 

Gli strumenti per non accontentarsi di una verità di comodo sulla morte di Giulio Regeni ci sono. E sono politici, economici e commerciali. Se il nostro governo vuole battere i pugni sul tavolo, può far ricorso alle stesse carte giocate per sostenere la scommessa sull’Egitto di Abdel Fattah al Sisi. Una scommessa che Renzi ha difeso con determinazione, cercando di darle una concretezza economica minata fino a due anni fa dall’instabilità postrivoluzionaria. Fattore, quest’ultimo, che rendeva titubanti gli investitori italiani. Da quando al Sisi ha mostrato i primi risultati del suo progetto di stabilizzazione – forzata –  dell’Egitto, il terreno per gli affari è diventato più fertile. Lo dimostra la missione al Cairo guidata dal ministro per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, sospesa subito dopo la notizia della morte di Regeni.

La spedizione, alla quale hanno preso parte una sessantina di imprese italiane, è arrivata dopo la visita a Roma, a dicembre, del ministro egiziano per gli Investimenti, Ashraf Salman. Nulla di nuovo sotto il sole, se pensiamo che Roma è il primo partner europeo dell’Egitto, dove operano stabilmente circa cento imprese italiane, e che il nostro interscambio – destinato secondo le previsioni a crescere – si aggira intorno ai 5 miliardi di dollari. Il primo sforzo per dare concretezza alla scommessa politica di Renzi su al Sisi si è visto nel novembre 2014, in occasione del Business Forum italiano-egiziano, il primo ufficiale dal 2012. Gli imprenditori di questo forum – nato nel 2006 – si sono riuniti a Roma in occasione del primo viaggio del maresciallo in Europa.

Una missione che Renzi ha spinto per far cominciare in Italia anziché in Francia, ricordando al raìs egiziano di essere stato il primo leader occidentale ad atterrare al Cairo, nell’agosto 2014, dopo che il maresciallo aveva sostituito la divisa con gli abiti da presidente. In questa occasione sono stati firmati una serie di accordi –  in ambito di energia, trasporti, sicurezza, agricoltura, costruzione, formazione e infrastrutture – che hanno coinvolto in primis Fincantieri, Ansaldo Energia e Sace.

L’occasione più ghiotta è stata però quella del summit di Sharm el-Sheikh dello scorso marzo. Qui lo shopping ha coinvolto una trentina di nostre imprese, pronte a investire nei progetti di crescita presentati da al Sisi. Nel nord del Paese l’Italia scommette sul turismo, cercando di replicare nella striscia di costa che si avvicina alla Libia la storia di successo dei resort di Sharm el-Sheikh che porta la firma del made in Italy. Nel sud scende in campo il gruppo D’Appolonia, deciso a diventare protagonista del triangolo minerario Qena-Safaga-Quseir. In ballo c’è un piano di sviluppo da 1,7 miliardi di dollari per la creazione di un hub industriale, logistico e portuale. Nel Sinai, i nostri investimenti si concentrano tutti sul Canale di Suez, il cui raddoppio annunciato ad agosto vede coinvolta anche Fincantieri.

In campo energetico a farla da padrone è l’Eni, primo gruppo straniero in questo settore. A mostrarlo è la firma, a latere del summit di Sharm, di un piano di investimenti da circa 5 miliardi di dollari per lo sviluppo di un campo da 200 milioni di barili di petrolio e 37 miliardi di metri cubi di gas. Suggellato anche dall’intesa, a novembre, per la creazione del super hub del gas che vede coinvolti anche Cipro e Israele. Partendo dal Mediterraneo orientale, questo progetto potrebbe allargarsi alla sicurezza energetica continentale, in primis a quella dei Paesi della sponda nord del Mediterraneo.

Dopo la recente scoperta di nuovi giacimenti nei dintorni del bacino di Zohr – stimato in 850 miliardi di metri cubi -, il Cane a sei zampe pregusta i possibili guadagni. A investire su nuove fonti di energia green sono invece l’italiana MegaCell – che ha firmato un contratto con Misr Asset Management per lo sviluppo di pannelli solari – e Italgen (Italcementi), che deve però risolvere un contenzioso legale. Lo stesso deve fare Intesa San Paolo, dal 2006 l’unico istituto di credito straniero in Egitto, ora sotto minaccia di un procedimento contro una sua acquisizione.

Tra le novità emerse nella missione capitanata dal ministro Guidi c’era anche la maxi commessa alla Technip Italia (la cui capogruppo è francese) per l’upgrade della raffineria di Midor, nei pressi di Alessandria, operazione che per una quota di 1,2 miliardi avrà il sostegno assicurativo-finanziario di Sace. Vicina al traguardo – almeno prima della notizia della morte di Regeni – anche una nuova doppia commessa per Ansaldo Energia, pronta a finanziare una linea ferroviaria ad alta velocità di 1.200 km che colleghi Alessandria ad Assuan e a lavorare sull’ammodernamento della centrale elettrica del Sei ottobre, la città satellite del Cairo.

La missione che si apprestano a compiere i nostri investigatori per far luce sulla morte di Regeni è tutt’altro che facile. Ma l’Egitto di al Sisi – ancor più di noi – non può permettersi di mettere in crisi la sua fragile economia. Dalla sua parabola dipende il futuro del maresciallo che si fece presidente.

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