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2 febbraio 2016

Prezzo del petrolio, le ricadute della caduta

Piccola economia portatile | Altro che oro nero, il valore del greggio è crollato. Perché, col ritorno dell’Iran sui mercati e lo shale oil statunitense, si rischia una nuova bolla
ANDREA BODA

 

Molti di noi sono cresciuti con il ritornello della problematica del “caro-petrolio” e oggi osservano straniti le preoccupazioni per questi mesi di prezzi bassi e calanti dell’oro nero; proviamo allora ad esplorare vantaggi e svantaggi della situazione che stiamo vivendo. Lo scenario è cambiato radicalmente quando sul fronte dell’offerta è tornato l’Iran, verso cui sono caduti i blocchi commerciali figli dell’embargo. La produzione petrolifera iraniana è circa la metà di quella che era negli anni ‘70 e questo lascia presumere che ora le disponibilità globali supereranno per lungo tempo la domanda di energia, specie in un clima di rallentamento economico generale, guidato dalla frenata della Cina.

In passato il potere dell’Arabia Saudita di regolare i prezzi, aprendo e chiudendo all’occorrenza i rubinetti dei loro pozzi, aveva svolto una funzione essenziale, ma oggi questo potere risulta indebolito: l’Iran detiene l’11% delle risorse petrolifere mondiali e la sua capacità estrattiva non è pienamente utilizzata. Questo significa che se i Sauditi scegliessero di ridurre la produzione non riuscirebbero a far salire i prezzi, ma lascerebbero di fatto maggior spazio sul mercato all’Iran che rappresenta, per giunta, un rivale politico nella infinita lotta fra sciiti e sunniti.

La discesa del prezzo del petrolio ha portato benefici nel 2015 per l’economia italiana, abbassando i costi delle importazioni più di quanto abbia ridotto il volume delle esportazioni verso Paesi produttori, e facendo restare nelle tasche dei consumatori qualche euro in più, ma se il prezzo del petrolio continuasse a scendere questo rapporto tra benefici ed effetti negativi rischia di invertirsi. Prendiamo la benzina: il suo prezzo include costi di raffinazione, di trasporto, di stoccaggio, e poi le imposte, le accise, il margine di intermediazione per il distributore. Se il prezzo del petrolio -per assurdo- fosse zero, la benzina costerebbe comunque più di 1,10 € al litro, mentre siccome l’esposizione delle esportazioni italiane verso i Paesi produttori di petrolio (in particolare verso i Paesi Opec) è superiore rispetto a quella degli altri principali Paesi europei, rischieremmo di avere degli impatti negativi amplificati.

Un petrolio ancora più basso di oggi, però, oltre a ridotti benefici e minori ritorni per l’Italia, porterebbe con sé problemi economici importanti in Arabia Saudita, per esempio. Agli attuali prezzi del petrolio il regno saudita registra ancora dei profitti, ma incassa molto meno di quanto spende; si stima che abbia ancora 18-­24 mesi di autonomia prima di esaurire le proprie riserve valutarie, accumulate negli anni “buoni”, dopodiché dovrà ricorrere a drastici tagli di spesa, che nel caso saudita significa riduzione dei sussidi (carburanti ed alimentari) ai cittadini. Il rischio è quindi di ritrovarci una nuova “primavera araba” , questa volta non nella periferica Tunisia, ma nella cruciale Arabia Saudita.

Ma c’è dell’altro: negli Usa si è rapidamente sviluppata nell’ultimo decennio l’industria dello shale oil che permette di trovare risorse dove prima non si immaginava di poterlo fare. E’ uno dei cardini dell’autonomia energetica annunciata dal presidente Obama, ma purtroppo il costo di estrazione con questa tecnologia è più alto di quello di un comune pozzo di petrolio e con i prezzi su questi livelli questa è un’attività in perdita. Come tutti i settori industriali a crescita molto rapida anche l’industria dello shale oil è stata finanziata a debito: senza un prezzo del petrolio che le riporti in attivo molte di queste società rischiano di fallire e non onorare i propri debiti. Un problema, quindi, che si potrebbe riflettere anche sulle banche finanziatrici: lampante il caso di Citigroup dove i finanziamenti al settore energetico sfiorano il 10% dell’esposizione totale in attività di credito. Ricadute, insomma, che potrebbero mettere in ombra i “crediti deteriorati” delle più inguaiate banche italiane.

A cascata, questa situazione potrebbe portare a una frattura negli Usa: Texas, Wyoming, West Virginia, Oklahoma e North Dakota producono più di metà del fabbisogno energetico federale e i loro bilanci nazionali sono fortemente dipendenti dal settore energetico. Un’ondata di fallimenti nelle imprese di settore metterebbe in forte difficoltà quegli Stati, con gravi impatti sulla disponibilità di posti di lavoro nel migliore dei casi, e  ­immaginando peggio-­ la possibilità di portare gli Stati Uniti in recessione in una fase in cui la Federal Reserve non ha ancora recuperato margini di manovra visto che finora ha saputo riportare i tassi ad un modesto 0,25% e quindi non ha molto da “tagliare” per aiutare l’economia.

I bassi prezzi del petrolio contengono una sorta di antivirus: prezzi bassi troppo a lungo toglieranno dal mercato diversi produttori e non consentiranno gli investimenti necessari alla manutenzione corretta ed al rinnovamento degli impianti in essere. Questo porterà ad un calo dell’offerta del bene, generando una risalita dei prezzi. Bisognerà però vedere quanto tempo occorrerà a questa dinamica per prevalere sull’attuale contesto di prospettive di domanda in calo e capacità di offerta in eccesso.

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