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18 gennaio 2016

Perché il prezzo del petrolio sta calando e calerà ancora

Il valore del greggio è sceso fino a 28 dollari il barile. Ma non era imprevedibile, anzi. Contano lo shale gas americano e il crollo della domanda legato alla recessione globale. Ma anche l’irruzione nel mercato dell’Iran, libero dalle sanzioni internazionali. Così, stima l’Opec, nel 2016 la produzione dei Paesi fuori dal cartello calerà di 660 mila barili al giorno
MATTIA SALVI

 

Un tempo a noi molto vicino, i satelliti della Difesa americana puntavano l’Iran alla ricerca di indizi sui piani nucleari del Paese persiano. Oggi, a preoccupare gli investitori mondiali sono altri tipi di satelliti, quelli che individuano le petroliere ferme nei porti e che, dicono fonti finanziarie, sono pronte a salpare per portare sui mercati mondiali il greggio iraniano non più soggetto alle sanzioni della comunità internazionale grazie alle intese ufficializzate nel weekend.

Il nuovo crollo del prezzo del petrolio oggi sui mercati mondiali – giù fino a 28 dollari il barile – non era poi così imprevedibile, anzi: in un mercato già oggi sull’orlo di una crisi di nervi a causa di una domanda internazionale che langue per i postumi della recessione globale, irrompe ufficialmente l’Iran che si prepara a inondare il mercato con 500 mila barili al giorno, per arrivare a 2,5 milioni alla fine del 2016.

Così facendo l’Iran metterà in difficoltà soprattutto il suo storico rivale, l’Arabia Saudita, e non è del tutto improprio interpretare quello che sta succedendo sui mercati finanziari come un nuovo capitolo dello scontro a bassa-media intensità che sta squassando il Medio Oriente, con la monarchia saudita sempre più in difficoltà rispetto a un Iran che guadagna credibilità agli occhi dell’Occidente e intende porsi sempre più fortemente come interlocutore credibile.

Non è un caso, così, che il dossier dell’Opec uscito proprio oggi non faccia alcun accenno alla ripartenza dell’export iraniano, mentre curiosamente si concentra sulla caduta della produzione americana prevista nel 2016. Il calo dei prezzi del petrolio, viene infatti spiegato, metterà in difficoltà soprattutto i produttori americani che devono sostenere prezzi più alti per l’estrazione in profondità e per il fracking delle rocce da cui si deriva lo shale gas.

Nel 2016, sostiene l’Opec, calerà di 660 mila barili al giorno la produzione dei Paesi fuori dal cartello, Usa in prima fila. Un valore, guarda caso, molto vicino ai numeri iraniani e che sommato a una piccola ripresa della domanda consentirebbe un riequilibrio sui mercati mondiali e quindi la fine delle tensioni al ribasso sui prezzi. Vedremo se tali previsioni si avvereranno: ad oggi è un dato di fatto che la scelta dell’Arabia Saudita di non tagliare la produzione per buttare fuori gli Usa dal mercato grazie ai prezzi bassi non ha dato i risultati sperati. Meglio: i prezzi sono scesi del 75% in 18 mesi, ma gli Usa rimangono sul mercato mentre le finanze della monarchia oggi scricchiolano.

Quindi: petrolio e shale gas americano, bassa domanda mondiale, irruzione dell’Iran sul mercato con intenti certo non accomodanti nei confronti dell’Arabia Saudita. Questi sono i tre fattori che spiegano perché il prezzo del petrolio sta calando e, tendenzialmente, calerà ancora nei mesi a venire. «I venti sono i nuovi quaranta», ha provato a scherzare, in un articolo, il Financial Times indicando la discesa fino ai 20 dollari al barile come una previsione oggi possibile.

Per l’economia reale, peraltro, si tratta di una buona notizia: il petrolio a prezzi bassi è, insieme all’azzeramento del costo del denaro, uno degli incentivi più forti agli investimenti produttivi e chi teme ripercussioni sull’inflazione dovrebbe considerare che le dinamiche dei prezzi andrebbero sempre calcolate al netto dei fattori di influenza esterni: un’inflazione che ritorna in Europa al 2% grazie all’aumento dei prezzi energetici non sarebbe un sintomo di ritorno alla crescita, anzi, ma un fattore di ulteriore criticità.

C’è infine un quarto fattore da tenere in conto per capire quello che sta succedendo e si chiama speculazione finanziaria. I violenti strattoni che subiscono oggi le quotazioni del petrolio sono non dissimili da quelli che hanno colpito i mercati dei titoli di Stato negli ultimi anni o quello delle valute, o quello dei titoli bancari. Sono fenomeni dovuti all’esistenza di una grande massa di denaro sui mercati a disposizione della speculazione – effetto collaterale delle politiche espansive delle banche centrali – unito all’imporsi di meccanismi automatizzati di vendita e acquisto azioni sulla base di algoritmi pre-codificati. Tali algoritmi amplificano qualsiasi naturale oscillazione: il battito di ali della farfalla, oggi, ha mille possibilità in più di ieri di creare un tifone all’altro capo del mondo.

 

[Foto di apertura di Xinhua News Agency / Eyevine]

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