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11 gennaio 2016

Quanto costa Palazzo Chigi (e chi pagherà la politica)

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti in Italia è passato senza ostacoli. Sul modello americano, a cui è dedicata la nuova copertina di pagina99, dal 2017 dipenderanno interamente dalle donazioni dei cittadini. Così, hanno già iniziato a corteggiare il ceto medio-alto. L’editoriale dal numero in edicola
ROBERTA CARLINI

«Poi c’era ‘sta domanda: cosa sono i partiti politici e a cosa servono?». La ragazza sta raccontando, a voce abbastanza alterata e tanto alta quanto serve in una telefonata fatta dalla metropolitana, di un test un po’ deludente al quale deve aver appena concorso. E prosegue: «Guarda, alla prima non so, ma alla seconda te lo dico cosa volevo rispondere: a niente». La metà sotterranea di questo colloquio, di recente sentito nella metropolitana di Roma, introduce bene l’umore che ha fatto passare, senza che si sollevasse un sopracciglio, l’abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti in Italia.

Al massimo, qualche voce si è alzata per far notare che l’abolizione è stata troppo graduale, e che resta una forma di finanziamento indiretto. Infatti rinunciando al 2 per mille delle tasse che i cittadini possono da due anni devolvere ai partiti, e concedendo detrazioni per le donazioni private ai partiti stessi, lo Stato comunque ci mette del suo, perdendo un po’ di gettito. Ma poco o niente si è parlato di altri problemi possibili, nel passaggio da un finanziamento pubblico diretto a una sovvenzione pubblica indiretta e (molto) più piccola, e dunque a una maggiore dipendenza dei partiti dal finanziamento e dal condizionamento privato: come nello scenario americano dei ricchi oligarchi, al quale dedichiamo la copertina di questo numero di pagina99.

Certo, le differenze sono tante ed enormi, in qualità e in scala. Non va dimenticata l’ovvia premessa: ossia che l’Italia ha avuto il massimo del condizionamento di un oligarca – diventato capo del governo per tre volte – proprio quando vigeva la vecchia disciplina del finanziamento pubblico dei partiti. Mentre la nuova legge varata per decreto dal governo Letta, ha avuto come sua prima vittima proprio la creatura berlusconiana: avendo messo un tetto di 100 mila euro a quello che un singolo – persona o tycoon – può dare a un partito, ha legato le mani spendaccione del già declinante Cavaliere. Tant’è che, in occasione del recente licenziamento degli 81 dipendenti del partito, la sua cupola ha accusato del fattaccio proprio la nuova legge. Ma questo non vuol dire che sia un trionfo del disinteresse e della separazione tra la politica e gli affari privati. Anzi, c’è più di un motivo per accendere riflettori troppo frettolosamente spenti.

Dal 2017, i partiti dipenderanno interamente dal finanziamento indiretto, scelto cioè dai cittadini attraverso le proprie donazioni e la propria dichiarazione dei redditi. Questa possibilità, totalmente ignorata dai contribuenti nel primo anno di vita delle nuove regole, ha premiato, per i redditi 2014, il partito del premier, che ha raccolto 5,5 milioni dal 2 per mille. Gli altri arrancano dietro e cercano di attrezzarsi per il nuovo sistema. I cui effetti complessivi, al di là della gara tra partiti, non potranno sfuggire alla logica: chi ha di più può dare di più. Il 2 per mille di un medico pesa di più di quello di un operaio, e un disoccupato non lo versa proprio.

È volgare pensare che i partiti corteggeranno di più il ceto medio-alto che i bassifondi? Forse. Però sta già succedendo. Ma anche scartando questo dubbio, ne sorge un altro, a proposito delle donazioni: ci sarà pure il tetto dei 100 mila euro a impedire scenari berlusconiani d’antan o americani, ma la necessità di conquistarsi danarosi sostenitori resta. I mille euro a persona, pagati per andare a cena con Renzi da Milano a Roma, in questa prospettiva sono solo un biglietto d’ingresso – che peraltro è valsa la conservazione degli stipendi a un bel po’ di funzionari del Pd. E poi restano le altre forme, meno ufficiali e più sostanziose: dai finanziamenti alle fondazioni, a quelle delle campagne elettorali di singole persone, dai sindaci ai futuri parlamentari. Più che il rischio, c’è la certezza che tutto ciò cambierà i partiti e le loro proposte. Anzi, sta già succedendo. Ma nel disinteresse generale. Perché tanto, «i partiti non servono a niente».

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