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7 gennaio 2016

«Se cede la cultura restano solo le armi», un anno dopo Charlie Hebdo

Battaglie | Per l’ex redattrice Caroline Fourest, le caricature mostrano la via della resistenza. Articolo tratto in anteprima dal prossimo numero di pagina99, in edicola da sabato 9 gennaio
MARCO CESARIO

 

Caroline Fourest, ex giornalista di Charlie Hebdo, è stata sempre in prima linea per difendere la libertà di stampa. Nel 2006 lavorò a un numero speciale dal titolo Charlie Blasphème, con disegni di Charb e Luz, in sostegno dei fumettisti danesi minacciati per le vignette su Maometto. In redazione è stata tra le promotrici della pubblicazione dei famosi disegni.

Un anno dopo l’attentato, come sta la libertà di stampa in Francia?

«Non bene. Anche se per la verità potrebbe stare peggio se non ci fosse stata quella magnifica reazione dell’11 gennaio, se non ci fosse stato il coraggio dei colleghi di Charlie di continuare a fare il proprio mestiere contro tutto e tutti. Vivere sotto scorta è come vivere in prigione, ma ormai ci troviamo nell’intimidazione globalizzata, nella propaganda e nell’uso della violenza per far tacere. Dopo gli attentati è mancata la solidarietà, la professionalità di molti colleghi giornalisti, soprattutto americani e inglesi i quali, invece di spiegare l’impostazione di Charlie, di contestualizzare il suo humour, hanno fatto il gioco dei terroristi. Questa è la minaccia più grave alla libertà di stampa».

Dopo Charlie, diversi spettacoli sono stati annullati, film rifiutati, installazioni artistiche cancellate. L’autocensura è realtà?

«La cultura è il nostro ossigeno, la nostra miglior risposta al fanatismo. Quando cede restano solo le armi. Non bisogna lasciarsi intimidire, bisogna continuare a vivere, liberi e aperti di mente. È proprio questo che i terroristi detestano. Viviamo un periodo difficile, come quello vissuto dagli algerini negli anni bui del terrorismo. Ma le società reagiscono e celebrano questi valori, come l’ironia, la libertà di ridere, valori che ci rendono diversi da Daesh».

Quali sono i suoi ricordi degli anni trascorsi a Charlie Hebdo?

«La redazione all’epoca delle caricature su Maometto era la più entusiasmante al mondo per lavorarci come giornalista. Nella stessa sala di redazione c’erano tanti talenti riuniti, tanto genio, un redattore capo che cominciava tutte le riunioni di redazione con citazioni di filosofi, vignettisti e disegnatori capaci di fare dell’humour e di restare al tempo stesso lucidi, giornalisti che facevano, come me, inchieste sull’integralismo senza peli sulla lingua: elementi per fare un giornale unico. Charlie riuniva tutte le forme di espressione che fanno male ai fanatici».

Lei è stata tra le promotrici della pubblicazione della caricature. Ha rimpianti o pensa che fosse una battaglia giusta?

«Nessun rimpianto. Mi batterò fino alla fine dei miei giorni per spiegare perché abbiamo preso quella decisione. Sapevamo che comportava dei rischi, ma l’abbiamo presa perché altri non avevano il coraggio di prenderla. È stata non una provocazione ma una risposta umoristica e antirazzista, pacifica e sarcastica, alle minacce di morte che già incombevano sui cittadini danesi e sui vignettisti ai quali si chiedeva di rispettare divieti religiosi di un gruppo terrorista. Se avessimo ceduto forse i miei colleghi sarebbero ancora vivi oggi, ma altri sarebbero stati uccisi per qualche altro disegno. Sono fiera che Charlie Hebdo sia riuscito a mostrare al mondo il cammino della resistenza».

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