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21 dicembre 2015

Qual è la situazione dopo le elezioni in Spagna

I popolari guidati da Rajoy restano il primo partito, ma dovranno dare vita a una coalizione per governare. Secondi i socialisti seguiti da Podemos, che conquista il 20,6% dei voti, e Ciudadanos. Finisce così un duopolio durato decenni. E nazionalisti, catalani o baschi diventano l’ago della bilancia
MARCO TODARELLO

Podemos, fondato meno di due anni fa, conquista 69 seggi (20,6%), il Partido Popular vince le elezioni ma perdendo la maggioranza assoluta (28,7 % e 122 seggi), Il Partido Socialista registra la più pesante sconfitta della sua storia (22% e 90 seggi) mentre Ciudadanos, che insieme a Podemos rappresenta il nuovo della scena politica spagnola e nelle ultime settimane era cresciuto nei sondaggi, si ferma a 40 seggi (13,9% dei voti) e resta al di sotto delle aspettative.

Questi i numeri delle elezioni politiche in Spagna, dove il 13 gennaio dovrebbe prendere il via l’XI legislatura, espressione del parlamento più frammentato di sempre nella storia della giovane democrazia iberica. I sondaggi avevano previsto due cose: la caduta del tradizionale bipartitismo, che vigeva dal 1982, e la vittoria del PP ma con un forte ridimensionamento delle preferenze (nel 2011 aveva preso il 44,6% dei voti, quasi il doppio).

Ciò che invece non era previsto è stato il netto avanzamento di Podemos e il calo di Ciudadanos, che secondo molti analisti doveva essere la vera sorpresa di queste elezioni. I veri vincitori di questa tornata elettorale sono dunque i viola di Pablo Iglesias, gli eredi del movimento degli indignados che nel 2011 seppe fare sue le istanze delle classi sociali più colpite dalla profonda crisi economica esplosa tre anni prima. Podemos è ora il terzo partito a livello nazionale e il primo partito in Catalogna e nei Paesi Baschi, dove ha superato autonomisti e nazionalisti nelle due regioni che storicamente hanno le più forti spinte indipendentiste.

Il tema dell’autodeterminazione degli stati nazionali è stato uno dei punti centrali della campagna elettorale del partito, e non a caso Pablo Iglesias, nel discorso finale davanti a 4.000 sostenitori in Plaza Santa Ana a Madrid, ha iniziato salutando i presenti nelle quattro principali lingue regionali (catalano, valenziano, basco e galiziano). Alla base del consenso di Podemos c’è però il consenso dei giovani, spesso in difficoltà lavorative e colpiti dai casi di corruzione in cui sono coinvolti i vecchi partiti, ma anche le classi medio-basse delle aree urbane, vicine al movimento da quando ha intrapreso una battaglia contro gli sfratti e per il diritto alla casa, e che ha portato alla poltrona di sindaco delle due principali città una storica attivista per diritti degli sfrattati, Ada Colau (Barcellona), e la giudice Manuela Carmena (Madrid).

La mancanza di un vero vincitore e la frammentazione del nuovo parlamento renderà la formazione del nuovo governo di Madrid lunga e laboriosa. Le ipotetiche coalizione di centro-destra Pp-Ciudadanos o di centro-sinistra Psoe-Podemos sommano rispettivamente 163 e 159 deputati. Per ottenere l’investitura sarebbe necessario l’appoggio di deputati dei partiti nazionalisti, catalani o baschi, che potrebbero diventare l’ago della bilancia e così condizionare fortemente l’attività del parlamento.

La Costituzione spagnola stabilisce che il candidato premier, per convenzione proposto dal re, avrà l’incarico se ottiene la fiducia della maggioranza assoluta dei deputati del Congresso (il Senato non vota la fiducia) o della maggioranza semplice nella seconda convocazione, che eventualmente avviene dopo 48 ore. Se la maggioranza non viene raggiunta, il re può proporre altri candidati. Se dopo due mesi dalla prima votazione non si arriva all’investitura, le Camere vengono sciolte e bisognerà convocare nuove elezioni.

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